Confessioni di una Mente tra Riso e Rosa

mente

Ciao, mi chiamo Jacopo, ho 31 anni e mezzo compiuti e sì, mi piace tanto scherzare.
Mi piace ridere ed impazzisco di gioia quando faccio ridere.
Fosse per me, metterei due giorni obbligatori di risata libera ogni settimana.
Mi piace scrivere e far ridee scrivendo. Certo, dal vivo è tutt’altra cosa, ma sapere che quello che scrivo fa fare anche una piccola, breve ma sincere smorfia di riso, io sono contento.
Adoro la battuta e cerco di affrontare temi seri mettendoci sempre del cazzeggio.

Questo non vuol dire che non riesca ad essere serio, solo che preferisco evitarlo.
Poi ci son momenti che devo esserlo, e allora mi metto l’anima in pace.

Però ridere è bello, ed anche volersi bene.
Chi mi conosce mi dice che sono una femmina mancata, tanto sono sensibile, ed io sono il primo ad ammetterlo e pure a bullarcisi sopra.
Sono sensibile alle pubblicità coi bimbi ed ai film strappa cuore, come sono sensibile nel capire le persone, o almeno il loro sentimenti. Generalmente mi basta poco per provare empatia per una persona.
Non tutti eh. Un minimo di parametri di normalità e cuore devi averli, ché una testa di cazzo rimane una testa di cazzo, e non voglio certo star lì a provare testadicazzaggine.
Mi piace tanto parlare quanto ascoltare, e faccio entrambe le cose molto volentieri. A volte esagero con la prima ma, tant’è, nessuno è perfetto. Queste due cose però mi hanno aiutato tanto, fino ad ora, perché c’è tutto da imparare e molto da consigliare, a ‘sto mondo, e sono due cose per me molto importanti. Due cose strettamente legate, che si alimentano a vicenda e che smuovono, almeno secondo me, gran parte di ‘sto mondo.

Insomma, credo di essere una persona buona, che ha fatto sicuramente soffrire tanta gente ma che in generale non l’ha mai fatto apposta. Ed ho imparato negli ultimi anni a chiedere scusa, a parlare dei problemi che ritengo tali, a mettermi in gioco quando la situazione lo richiede.

Mi chiamo Jacopo, ho 31 anni e mezzo compiuti, e mi sono rotto il cazzo.
Perché i buoni, o ritenuti tali, in questa città non sopravvivono.
La maleducazione imperante, perenne, sempre più grave imperversa nelle strade, sui mezzi, nelle auto, in ogni angolo di questa città altro non c’è che gente sgarbata e sguardi incarogniti.

Ho creduto in un sindaco che è stato fatto fuori dal suo partito, con qualche spintarella di chi Roma sapeva di prendersela a mani basse, una volta avuta la piazza pulita.
E Roma se la sono presa, ma solo per usarla come tetrino di una politica che nulla ha di nuovo, se non i volti.
Come sempre.

Vedo una città senza una politica sociale, senza un progetto, che ora dice solo no e da la colpa agli altri. A chi c’era prima così come chi c’è ora,siano i poteri forti o il vicino di casa.
Lo scaricabarile fatto quotidianità, lo schivare accuse facendole andare addosso a quello dietro.
Nessuno sa più prendersi la colpa o chiedere scusa, se non per additare qualcun altro subito dopo.
Nessuno, dal sindaco incompetente al passante che ti da la spallata, sa più dire «scusa».
Nessuno vuole più prendersi una responsabilità, che non sia qualcosa di già pronto e fatto, magari da quelli prima di lui.

Mi chiamo Jacopo, ho 31 anni e mezzo compiuti, e sto disperatamente cercando di capire cosa, e come.
Cosa voglio, cosa devo fare per averlo, come farlo, come affrontare la pigrizia e cosa andare a scardinare dentro di me per fare il passo dopo, sapendo che mai come in questo momento è importante prendere decisioni importanti.

Per fortuna so che l’essere un po’ simpatico, sensibile, ascoltatore, insomma di base quell’essere buono di cui sopra, mi regala delle persone bellissime intorno, persone che mi vogliono bene per quelo che sono, e che stanno lì con le bracci aperte pronte ad abbracciarmi.

E questo, alla fine, è tutto quello che serve per ridere ancora.

(mal)Educazione Romana

U

Qualche giorno fa ero, come sempre, in metro. Da tempo ormai, da quando ho cominciato a riprenderla regolarmente, ho preso l’abitudine di non sedermi se c’è posto. Sto seduto tutto il giorno e c’è sempre chi ha più bisogno di me di riposare gambe e chiappe, quindi preferisco poggiarmi in testa o in coda a seconda di dove devo scendere, apro il mio libro e mi metto buono buono a leggere. O almeno a provarci.
Quel giorno dopo qualche fermata di tragitto si accende una discussione fra due signore intorno ai 40: la prima, seduta, non aveva evidentemente lasciato il posto alla seconda, con un bimbo in braccio. La mamma parlava a voce sostenuta con una persona accanto di quanto la gente fosse maleducata, con chiari riferimenti alla prima che visibilmente colpita nell’orgoglio e aizzata dal senso di colpa, ha cominciato a rispondere e così via, fino a che una delle due è scesa.
Inutile dirvi chi secondo me avesse torto.

Esatto, entrambe.

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No?

Provo a spiegarmi.

Partiamo subito da una grossa premessa: io sono stato e sono tuttora, per quanto possa ormai valere, un sostenitore di Ignazio Marino. Uno di quelli obiettivi, o almeno credo, che sa bene le cazzate che ha fatto ma conosce anche il quadro generale, e tirando le somme alla fine «ha fatto anche cose buone».
Allo stesso tempo, sono un informato detrattore del Movimento Cinque Stelle, e di conseguenza non sono proprio un estimatore di Virginia Raggi. Credo che dall’alto al basso ci siano talmente troppe cose da sistemare che alla fine sarebbe meglio lasciar perdere tutto il baraccone che hanno tirato su, prima che faccia danni ancor più seri.
Ma non sarà un continuo e precocemente già visto paragone tra i due, tranquilli.
Ok?
Fine premessa.

Da quando la Raggi si è insediata, si è cominciato a palesare uno scenario inquietante: un’attesa infinita prima dell’annuncio della giunta con parecchi nomi aberranti all’interno (vedi la Muraro che individua nei pedoni una delle cause per cui si creano ingorghi), ed altri forse peggiori, fortunatamente scartati.
(ciao Lo Cicero. Ciao).
Le comparsate a Tor Bella Monaca dove si prende il merito della pulizia di un pezzo di ciclabile, senza citare l’Associazione 21 Luglio ed il Chentro Sociale per la pulizia di buona parte della zona rimanente.
Il silenzio sul fatto che sia indagata per mancata dichiarazione su quanto ricevuto in seguito a degli incarichi alla ASL di Civitavecchia, evento da lei liquidato con un «ho chiarito ogni aspetto».
Per ultime l’infelice uscita di Marcello De Vito sul taglio delle auto blu dei consiglieri che non hanno auto blu a disposizione, quella dell’immeritato merito sul reintegro di più di mille insegnanti e la prima vera mancata promessa elettorale, con il voto contrario a 300.000€ di fondi destinati ai centri antiviolenza.
Queste ultime tre cose le ho messe insieme perché sono successe tutte oggi, in un solo giorno.

Mano

Ora, come dicevo e come mi sono sforzato di fare, non voglio paragonare le due giunte.
Ci sarebbero già i i presupposti, ma eviterò di farlo.

C’è solo un fatto che mi fa più male di altri, per motivi prima personali e solo dopo più sociali, e cioè la decisione di aumentare lo smaltimento giornaliero di rifiuti nell’impianto di Malagrotta, cosa che ha in queste ore all’annuncio di dimissioni di uno dei migliori presidenti che AMA abbia avuto, che si sta giustamente opponendo al dover accettare per imposizione di far lavorare e guadagnare ancor di più uno che è ancora indagato per la mala gestione dei rifiuti.

Fa male perché chi ha iniziato e concluso queste trattative è chi si è battuto per anni per la chiusura definitiva della discarica. Persone che volevano abbattere il Supremo Avvocato Cerroni, e che si ritrovano praticamente a stringergli la mano unta di soldi sporchi e sangue dei morti di cancro, dicendo pure che gli è pesato tanto farlo.
E la loro giustificazione per me è il centro di tutta ‘sta pippa che vi sto attaccando: dicono che per porre fine all’emergenza, bisogna scendere a compromessi.

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Roma sarà sempre in emergenza, con questo ragionamento. Se messa sotto scacco da chi da sempre ci mangia sopra, sarà sempre ricattabile.
E di conseguenza tornerà, come sta facendo già ora alle vecchie, corrotte abitudini.
A Roma i problemi non bisogna risolverli con i compromessi, con effimere soluzioni materiali ed immediate.
A Roma i problemi si risolvono cambiando la mente dei romani stessi, educandoli, informandoli ed anche sanzionandoli.

Mi viene da ridere quando mi dicono (ed a volte mi ritrovo a pensarlo anche io) che all’estero “funziona tutto, stanno proprio avanti”. Mi viene da ridere perché poi realizzo che loro stanno esattamente dove una qualunque capitale del mondo civilizzato e sviluppato dovrebbe stare, in un perfetto equilibrio di diritti e doveri, venutosi a creare dopo decenni di educazione civica costante, ragionata, sensata.

Noi romani invece abbiamo solo diritti.
Prima di tutto il diritto a fare come fanno tutti, che è un po’ come il vecchio adagio “e ma se ti dicono di buttarti al fiume, tu che fai?” e via, tutti giù.
Poi abbiamo il diritto di scendere dai mezzi prima di tutti, ma anche quello di salire senza far scendere gli altri, così come dalle porte centrali dei bus non si sale “però oh, che faccio, fino alla porta davanti devo arrivare?”.
Ovviamente tutti abbiamo il diritto alla nostra privacy, ma anche quello di urlare al telefono le ultime vicissitudini di nonna Mariuccia e delle sue indomabili emorroidi.
Qualcuno per caso vuole negarci il sacrosanto diritto di ascoltare della musica? Sia mai, soprattutto se ho il diritto tutto mio di sentire l’ultimo singolo di Enrique Iglesias feat. un tipo con la fisarmonica feat. Pitubull.
Senza auricolari ma anzi, con l’altoparlante bluetooth nello zaino.

Il fatto è che non basterebbe solo sanzionare, anche se mi piacerebbe far parte di una ronda che spacca i cellulari alla gente fastidiosa, o manganella sulle rotule chi scende e sale le scale sbagliate nella metro franandoti addosso.
Siete seri? Davvero dico, ci fate o ci siete?
È così difficile andare dove c’è scritto “Ai treni” senza avere paura che sia un punto di deportazione nazista?

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Il fatto è che bisognerebbe educare.
Lo so anche io, che è più facile buttare a terra la sigaretta spenta che tenersi un comodo posacenere portatile che santiddio te li regala l’AMA.
Comprendo benissimo la questione “quanto è comodo abbandonare qui questo sacchetto rigonfio della mia lurida immondizia anziché fare VENTI CAZZO DI METRI fino a quello dopo che è vuoto”.
E, davvero, quanto vorrei anche io lasciarmi andare a quella che deve essere una sensazione bellissima: saltare un tornello della metro o anche solo provare il brivido di salire su un bus senza biglietto. Mi viene la pelle d’oca nemmeno mi stessero sussurrando “Alberto Angela” nell’orecchio. E invece mi tengo strette per le notte peggiori le mie fantasie omoerotiche, e pago 250€ all’anno di abbonamento.
Sono un masochista.

E poi c’è bisogno di regole chiare, di controllo del rispetto delle regole e di sanzioni pecuniarie. Non di banali multe “che tanto c’ho l’amico vigile”, non di semplici rimproveri per un biglietto dell’ATAC evaso, non del vuoto di supervisione contro chi fuma nei parchi: ammetto che lo faccio persino io, è una cosa che proprio non è arrivata a nessuno, in nessun modo.
Non serve uno che ti strilli: al romano devi mettere le mani in tasca sulle cose quotidiane, sulle cattive abitudini.
Una multa da obbligatoria di 5€ colti sul fatto vale mille multe da 100€ inviate per posta.

In chiusura, un paragone con Marino permettetemelo.
Sono arrivato alla conclusione, sconfortante conclusione, che Marino sia stato sì cacciato per faide interne, avversari assolutamente scorretti, un pizzico di sfiga ed una spruzzata di ingenuità, ma che si sia attirato le ire dei cittadini (con la conseguente “rottura del rapporto con i romani” con cui Orfini si è masturbato per mesi davanti allo specchio) da una parte per l’ormai scontata ed abusata “insofferenza” di cui tra l’altro non si ha traccia oggi dopo oltre un mese di disastrosa amministrazione a 5 Stelle, ma anche e soprattutto per la sua volontà di cambiarne le abitudini.
I romani hanno visto nei pochi, positivi movimenti che l’ex sindaco è riuscito a fare, una valanga che avrebbe travolto tutto e tutti. Il famoso vento che ora si dice stia cambiando, ma che lascia solo puzza di monnezza, stava girando davvero.
Ha provato a rimuovere sistemi ormai in metastasi dimenticando però che questi sistemi sono fatti di dipendenti: ATAC, AMA, la Municipale, erano pozzi senza fondo dove soldi e tempo andavano via ogni giorno, tutti i giorni. Tempo e soldi che quando sono stati chiesti indietro a suon di licenziamenti, cartellini da timbrare ed obblighi a fare semplicemente il proprio lavoro, hanno provocato blocchi, proteste, minacce.
E questi dipendenti sono tantissimi, ed hanno famiglie sparse, e poi c’è la maleducazione innata, la mancanza di un rispetto probabilmente mai ricevuto.

Ed è per questo che secondo me le due signore all’inizio avevano entrambe torto.
Perché di certo la prima avrebbe dovuto alzarsi per educazione di base, ma l’altra avrebbe dovuto farlo notare con eleganza, per uscirne a testa alta.
Con l’arroganza, con la maleducazione, per me ti meriti di rimanere in piedi e sperare che tuo figlio non abbia memoria di questo, come dei futuri episodi che certamente avverranno.

Ignazio Marino è stato un po’ come il supplente alle elementari severo ma giusto che a sorpresa entra in classe e trova bambini in gabbia, arrampicati sul soffitto o che tirano le rane vive sul muro: fa la voce grossa, li zittisce, spiega perché è lì e cosa vuole fare. E proprio quando è riuscito ad avere la loro attenzione ed inizia a scrivere alla lavagna, suona l’ultima campanella.
E tutti quei bambini tornano a casa da genitori che urlano scandalizzati, “ma come si permette questo che non è nemmeno un vero maestro a strillare a mio figlio?!”.
E via di accuse, di denunce, e via il supplente.

Tanto domani torna il maestro vero, quello che si addormenta durante la lezione.
Cominciate a tirare fuori le rane.

Dello Scrivere, Del Votare ed Altre Amenità

Writing

Che a me piaccia scrivere è fuori discussione: c’è chi si becca i miei improperi su Facebook quasi ogni giorno e pare pure apprezzarli, e c’è chi arriva fin qui per inoltrarsi in un mondo fatto di deliri, dialoghi fuori fase e tante cazzate.
Spesso sfioro il personale, a volte lo buco proprio, in altri casi mi piace scrivere di quello che ho appena visto, o pensato, o pensato di vedere (grazie THC).
Ci sono cose che riempiono lo spazio vuoto di questo status e poi vengono cancellate, che non vedranno mai la luce del monitor né quella della mia memoria, spazzate via in un colpo di Delete.
Poi ci sono cose, e so che ha dell’incredibile, di cui non scrivo. Per decenza, certo, ma anche per scaramanzia, che spesso a dir cose poi sfumano. Però giuro, ho un altro FB di contenuti salvato sul PC che rimarrà così almeno per metà, mentre l’altra metà spera di uscir fuori tra lustrini, pajette e la testa alta. Succederà, se solo avessi una costanza anche solo percepibile, palpabile, o un tipo che ad ogni momento libero che spreco mi spari con un teaser sulla faccia.

Typing

Ora, avendo in questo periodo la possibilità di vedere Sky ed ho visto un pezzo di confronto di ieri, tra Roberto Giachetti e Virginia Raggi.
Mi astengo dal giudizio generale, ma a tre giorni dal ballottaggio non puoi sorridere e dire che la squadra non la dichiari perché ti han chiesto riservatezza (quando due minuti prima hai detto che la scegli tu, e solo tu), e perché visto che la stampa ti ha attaccato allora è meglio di no. Non puoi dire con gli occhi sognanti che però è una squadra bellissima e super fica, però non te lo dico.
Dall’altra parte c’è uno di quelli che vi piace chiamare «professionisti della politica», che è vero in tutte le sue sfumature, anche positive. Perché non è un voto di fiducia, non è un voto sugli intenti. Questo è un voto fondamentale per tanti, troppi motivi, ed io devo essere sicuro di votare qualcosa di reale. Perché a votar Giachetti ce ne vuole, ma almeno mi ha dato dei nomi da poter verificare io, con le mia dita. Che verifica è la vostra, se poi confermate una squadra che verrebbe sputtanata in due minuti? Perché volete fare un referendum per tutto (pure per la via da intitolare) e quando si parla di chi dovrà rimestare nel fango di ‘sta città facciamo sorrisi ed occhi a cerbiatto?

Bambi

Ma sapete quante volte ho detto alla gente che stavo scrivendo un libro? Poi, alla domande

di che parla?

o

quando esce?

mi spuntava un cappello da moschettiere tra le mani e gli occhi mi si trasformavano in due pozzi di dolcezza e grassi saturi.
Ho circa una ventina di inizi di libri, in ‘sto PC. Ho materiale per romanzi, raccolte di racconti, rappresentazioni teatrali e sceneggiature di cortometraggi sulla disperazione ed il dolore. Però non faccio partire un crowfunding per finanziarmi il libro, senza dire la trama, o i personaggi, o anche solo dare una sinossi si quello che cazzo succederà.
Chi me li darebbe, i soldi?

Poi oh, oggi io c’ho lo sterminio nelle fibre muscolari, pronto a scattare invadendo la Polonia, però pure voi veniteme incontro.

Il Nemico Pubblico Siete Voi

PublicEnemy2

Ieri sera sono andato a vedere un pezzo di storia delle musica tutta, i Public Enemy.
Boom baby direi, ché io è la scena rap non è che siamo amici ma ci vogliamo comunque bene, e dopo Wu-Tang e Cypress Hill, non potevo perdermi chi ha contribuito a rendere la musica più ricca, potente ed impegnata. E poi oh, hanno fatto «He Got Game», che per me è come vedere la Gioconda dal vivo pure se non conosco tutti i quadri del Da Vinci.

HGG

Insomma, grazie principalmente al Emiliano che mi ha prestato i soldi del biglietto pur sapendo che li rivedrà quando avremo un primo ministro grillino, ieri andiamo a Spazio 900. Ce lo avete presente? Sta all’EUR e pare un posto dove farebbe fallire le feste Jep Gambardella. Quindi, l’associazione «negri esperti nell’arte del rap” dentro a «luogo che va bene per la droga costosa” non c’azzeccava molto ma tant’è, c’era il rischio pioggia e poi non è che ci si possa lamentare sempre.
Forse.
Perché quello che ha catturato la mia attenzione, e che mi ha non poco sorpreso, è la gente di merda che c’era. Io concerti rap/hip hop grandi e piccoli me li son fatti. Al chiuso con le svampre d’erba che quasi ti infastidiscono, all’aperto col freddo boia, insomma le classiche situazioni da concerto ma con intorno una fauna a sé. E che di solito è educata, anche perché ‘sti rapper non è che si odiano e si portano le pistole dietro, né son sempre incattiviti e pronti a menarti (tranne una bodyguard di Flavor Fav che stava per sgozzare con lo sguardo proprio Emiliano, che lo ha toccato mentre passava tra il pubblico), e di conseguenza la gente è sempre presa bene, visto che pure i testi vogliono quello: unione, condivisione, e al massimo odio per dei mali che sono sempre più grandi di noi.
Partiamo anche da un presupposto importante però: ieri il mio livello di misantropia oscillava tra il «rimango a casa così non mi incazzo con nessuno» e «esco SOLO per prendermela con qualcuno», che poi è un tutto un rosicamento interno che non è attacco briga. Anzi, abbozzo pure troppo. Diciamo che ero un misto di noia, incazzatura, irritabilità e apatia nei confronti del mondo classico del periodo premestruale.

Feel

Quindi, nell’ordine, ieri mi son dovuto subire:

– buttafuori che ci guarda male nonostante stessimo portandogli 150€ di biglietto. Evidentemente è abituato a gente incravattata e con rimasugli di polvere bianca alle narici, noi che al massimo ce l’abbiamo sulle spalle di magliette con le scritte;

Lisa

– un gruppo di pischelli appena baciati dalla dea barba già ubriachi e fatti come fegatelli alla brace, agitati manco stessero aspettando un carico di corpi umani su cui fare esperimenti con la colla a caldo. Io dico no, ci sta a rompere il cazzo al prossimo ad un concerto, soprattutto se sei sulla terra da dopo l’undici Settembre. Però non è che puoi SOLO, rompere il cazzo alla gente. Non puoi pestarmi i piedi di continuo, sempre, ogni volta che respiri, perché stai ballando su un pezzo che tutto vuole, tranne che tu ti muova come uno affetto da sindrome di Tourette mentre gli sparano peperoncini sul collo con le cerbottane, epporca puttana. Poi, all’improvviso, uno si ferma e si piazza esattamente a a cinque centimetri dal mio mento, di spalle, con i suoi capelli a spazzola dimmerda proprio sotto al mio naso. Immobile, tranne quando ondeggia all’indietro toccandomi appena il petto con la schiena per poi staccarsi, poi di nuovo, poi no, poi di nuovo. E questo nonostante i miei calci dietro ai suoi talloni, e sbuffate di aria calda dal naso proprio in testa. Niente;

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– ecco, ‘sta cosa dello stare appiccicati. Parliamone. Senza nulla togliere all’evento, ieri anche sotto palco c’era spazio. Abbastanza spazio da permettere a noi cinque di ricavarci un nostro angolo dove ci siamo messi e dove siamo stati tranquilli e fermi, a vedere il concerto, non a provare ad entrare in simbiosi con la gente. Cazzo. Se intorno a te c’è spazio di manovra, di quello che puoi pure metterti con le gambe un po’ larghe per delimitarne i confini, cristo santo tu non puoi piazzarti coi tuoi talloni sulle mie punte. È fuori logica, irrazionale, è assolutamente incredibile che la gente si porti dietro il suo cazzo di metro quadro di egoismo ed egocentrismo ovunque. Non lo lascia in macchina per sbraitare appena scatta il verde, non in ufficio per sentirsi migliore di tutti, non se lo tiene in tasca per sicurezza. No. Bisogna sempre averlo sotto ai piedi, piccolo orticello portatile da usare come scusa quando non si sa vivere nel mondo, quando l’educazione manca come il respiro quando realizzo quanta gente stronza c’è al mondo;

Angry

– e poi, ultimo punto, che so di aver già toccato ma che proprio io non ce la faccio: i cellulari. Regà, ‘sti cazzo de telefoni. Basta, ve prego. Già i Public Enemy ieri v’han chiesto di tirarli fuori, non c’è bisogno poi di averceli sempre tra le mani. Mani che lo tirano su e lo tengono, su, per troppo tempo. Io non posso vedermi un lvie attraverso i display per dio, sennò sto a casa e poi mi vedo i vostri cazzo di video di merda. Non potete sempre mandare note vocali. Io capisco chi lo fa una volta perché le manda al fratello fuori dall’Italia e fuori per il rap, davvero. Ma avete TUTTI una persona fuori dall’Italia? Tutti avete qualcuno a cui mandare metà concerto via note vocali, che tanto quello che gli arriva è un fruscio fortissimo, i piatti che sgranano e la voce di uno che va e viene di continuo? Dai. E poi le foto, i seflie, gente che sta con la faccia sul cellulare mentre sul palco si fa la storia. Eccheccazzo. Una, foto. UNA. Io ve lo dico, regolatevi, che è un attimo che uno sbrocca davvero e ve li fionda sul muro.

UNA foto.

UNA foto.

Insomma, ribadisco la mia non predisposizione alla vita sociale, ieri sera come spesso mi accade ormai ad eventi affollati. Sarà che me sento pure un po’ stocazzo eh o forse che penso troppo, però mamma l’educazione me l’ha insegnata e me la porto dietro sempre, che sempre serve. Dovreste imparare pure voi ad essere un pochino più educati col mondo, un po’ più rispettosi (lo so, ci provo) verso il prossimo. Poi uno i momenti suoi ce li ha sempre eh, però cazzo, se state davvero così tutti i giorni l’estinzione è vicina, ed augurabile.

(e davvero, gran cazzo di concerto, stra contento alla fine di aver visto per la prima volta quei mostri ed un poco di Gigi Egreen Fantini che mi fa sempre volare altissimo)

Smettetela

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Smettetela.

Smettetela di masticare a bocca aperta: non siete bambini di 3 anni, ma gente che i figli li ha.

Smettetela di ascoltare ‘sta cazzo di musica e ‘ste cazzo di note vocali senza auricoalri: siete fastidiosi, siete maleducati e soprattutto non siete dei cazzo dei VIP quindi no, delle vostre cose non ce ne frega niente.

Smettetela di chiedermi cose che potete cercare su Google perdio.

Smettetela di sbattere sulle porte centrali del bus se non vi aprono per farvi salire. Fanno bene. Anzi dovrebbero espellere la rampa per i disabili ad altezza menischi in modo che dalla prossima volta sarete obbligati, a salire da quella cazzo di porta.

Smettetela di chiedere l’acqua a temperatura ambiente: portatevi una bottiglietta vuota, riempitela ad una fontanella e poi mettetevela nel culo.

Smettetela di lamentarvi delle liste di attesa all’ospedale se andate dal dottore anche quando vi crescono le unghie. È normale. Andateci quando smettete di respirare.

Smettetela fare di tutta l’erba un fascio. Se preferite chi vi guarda in faccia e vi riempie di cazzate, a chi sta lì tutti i giorni ma non ha la sfortuna di essere una piagnucolante testa di cazzo falsa come una moneta da cinque euro, forse dovete rivedere i vostri gusti in fatto di persone che volete intorno a voi.

Smettetela di piangere sul latte versato, che poi per pulire è un casino.

Smettetela.

Shut

La Mia Celiachia, La Vostra Moda

Celiac

Io sono celiaco.
Dalla nascita.
Solo che alla nascita non potevano saperlo, e neanche prima: si era a cavallo tra il 1984 ed il 1985 e tra le analisi sul feto forse si faceva a malapena quella dell’HIV, figuriamoci quella per la celiachia. Considerate solamente che nel 2007 i celiaci (diagnositcati) in Italia erano poco più di 60.000. Nel 2011, sono saliti a 500.000.
Immaginate negli ultimi quattro anni.

Immaginate dal 1985.

Ovviamente non vuol dire che sono solo aumentati i celiaci, ma anche che sono state perfezionate le tecniche di diagnosi.
Ma non voglio tediarvi con numeri e robe di scienza, ma raccontarvi al volo cosa è stata, è ora e sarà per sempre la celiachia.

Inizio premettendo una cosa: la vita, da celiaco, è normalissima. Se segui la dieta, non hai problemi a vivere normalmente.
Certo è che qualche problema, se sei poco attento o molto stupido, te lo da.

Certo, come vi dicevo, all’inizio non sapevano cosa avessi.
Fin dalle prime pappe, vomitavo continuamente e non crescevo.
Mesi di ricoveri, analisi, flebo in testa che poi dici come mai a trent’anni hai la fobia degli aghi. Genitori preoccupati, nonni e parenti vari in ansia. Pediatri che consigliavano a mia madre “signora se piange non le dia da mangiare”, e giù di ricoveri e tentati omicidi (nei confronti dei pediatri).
Frullati di agnello.
Poi la diagnosi, il cominciare ad informarsi, il capire che alla fine ci si può campare.
All’epoca al massimo c’erano biscotti semplici, farina e pasta.
Ora i prodotti, grazie a dio, variano e di molto.

Ma non è stato sempre facile facile, ecco. Per fortuna, con una mamma appassionata di cucina, ero abituato alle sue cose, ai suoi dolci, e le varie Fiesta o Kinder Paradiso non mi hanno mai attirato. A scuola però la mia merenda erano i panini immasticabili, peculiarità che molti prodotti senza glutine ancora mantengono orgogliosi. Alle feste ho sempre mangiato l’interno dei panini all’olio, la fetta di torta mi passava davanti al naso correlato dalla faccia di chi me la porgeva che diceva chiaramente “ah! già! tu non puoi. povero” ed alle prime cene con i compagni di scuola, quasi sempre organizzate in pizzerie, portavo la mia base precotta, sigillata nella plastica, che consegnavo al cameriere a cui regolarmente dovevo chiedere massima attenzione nel tenerla lontana da forni e pale piene di farina tipo 00. E qualcuno, ancora ricordo, si rifiutò per paura di eventuali conseguenze.
Ma, davvero, non ne soffrivo. Avevo già una discreta sensibilità che mi portava a dire “aò, c’è chi sta peggio”.

Peggio, però, ogni tanto ci son stato.
Ho tre ricordi nitidi delle reazioni mie al glutine. E dico mie perché non tutti ne soffrono così male, o con le reazioni che leggerete.

Celiac_Lie

Il primo risale a me piccolo, prima dei 10 anni sicuramente.
All’epoca era ancora periodo di prove che il Policlinico richiedeva di fare, anche e soprattutto a distanza, quando ero a casa. Una di queste, probabilmente ideata dai fascisti del glutine per far parlare i Partigiani celiaci, era di farmi mangiare un piatto di pasta normale.
Ovviamente, l’incarico se lo assumeva quella poveraccia di mia madre che non poteva nemmeno dirmelo.
A tradimento.
Ricordo benissimo l’odore, di quella volta. L’odore diverso, “non è la mia pasta, lo sento!” dicevo a mia madre. Col cuore rotto, mentiva dicendomi che l’aveva cucinata in un modo diverso. E insomma, se te lo dice tua madre.
Ricordo il sudore classico da pre vomito, e subito dopo un lago di sbratto rosso di sugo sul pavimento della mia cameretta, dove mi ero rifugiato a morire.

Il secondo ricordo che ho sono io intorno ai 12 anni. Ero in vacanza con gli zii e mia nonna all’isola di San Pietro. Il mare, le attenzioni, il sole. Ero un bimbo felice. Celiaco, ma felice.
In paese ci fermiamo in una pasticceria e, dopo mille raccomandazioni di mia nonna ed altrettante rassicurazioni da parte della pasticcera (“tranquilla signora, non è fatto né è andato a contatto con la farina!”), mi mangio un Sospiro.
“Buono!”, pensavo, “e che bello che io l’abbia potuto prendere in un posto normale!” mi dicevo, probabilmente non azzeccando così bene il congiuntivo.
“Mannaggia alla peppa!”, pensavo mentre, a metà bagno in mare, cominciò il sudore. E lo stomaco che si tendeva. E il vomito usciva, prima mentre ero piegato dietro una duna della spiaggia, e dopo in casa con nonna che mi seguiva con lo spazzolone mentre andavo in giro a fare la rappresentazione esatta de “L’Esorcista”.

Il terzo (ma non ultimo, ne ho a pacchi tra scommesse perse al McDonald’s e scambi di torte di Pasqua) risale ad un paio di anni fa.
San Mamma, ormai già stabilita in Salento, in vista di un po’ di giorni “cor fijo suo” prepara la pasta al forno. Cannelloni e conchiglioni ripieni, un po’ per me ed un po’ per lei e mio fratello.
“Ammazza chebboni Mà”, le dico, mentre lei assaggiandoli esclama “Me sò superata, non li distinguerei dai quelli normali!”.
Eh, infatti.
Due ore dopo ho l’attacco più brutto che io ricordi. Dopo la prima vomitata, mi ritrovo seduto sul cesso con mia madre davanti che regge una bacinella, mentre alzo l’asticella del cosiddetto “Colpo del Re”, e cioè ruttare e scorreggiare contemporaneamente: una scarica di diarrea continua e straziante (che un mio amico chiamerebbe “pisciare dal culo”) accompagnata da conati e rigurgiti di succhi gastrici, mentre il sudore è così tanto che a mia madre scivola la mano dalla mia fronte ed io, per la prima ed ultima volta in vita mia, anche se solo per un secondo, mi sento mancare.
Il pomeriggio lo passai a letto, tra apparizioni della Madonna dei Celiaci e la bacinella sempre pronta.
Ricordo anche una cosa divertente: appena mia madre rientro dopo un’assenza forzata di un paio d’ore, gridai “Bacinella! BACINELLA!” anche se ormai non stavo più male. Ma lei non poteva saperlo.
Per poco non mi schiatta d’infarto.

Insomma, la vita del celiaco non è impossibile. Ha i suoi alti e bassi, ha sintomi diversi, compare ad età differenti.
Ma è sempre stata una dieta, e poco più.

Il problema vero, negli ultimi anni, è chi la parola dieta l’ha presa troppo (poco) sul serio.
Ora, tra veganesimo, fruttariani e mangia sassi, la parola dieta è più usata di un cesso dell’autogrill. Ed ora comprende anche quella senza glutine.
Perché ora c’è la sensibilità al glutine.
Dio cristo.
La sensibilità.
La sensibilità a me ha sempre causato cazzi amari: piangere per le pubblicità, soffrire più del dovuto per una storia finita, piangere per un’altra pubblicità.
In questo caso, ‘sta sensibilità al glutine mi causa un gran rodimento di culo.

Celiac_Prob

Perché ora il glutine è ovunque per tutti, ma nel modo sbagliato.
Perché ora se ti fa male la testa dopo un piatto di pasta, sei sensibile al glutine. Non è il fato.
Se hai mangiato una pizza ripiena di alici, soppressata e bufala, e poi ti gonfi, sei sensibile al glutine. Non è che stai digerendo la merda.
Se l’altra notte hai sognato la farina, sei sensibile al glutine. Non è che ti sta per morire il vicino.

Tutta ‘sta sensibilità aumenta la richiesta, solo che chi offre ne sa ancora meno di chi chiede.
Perché mentre chi scopre, o pensa di aver scoperto, la sua enorme sensibilità non sa di cosa parla, non sa che il glutine è una proteina, che i villi intestinali di un celiaco sono bruciati mentre l’interno di un intestino normale sono il bosco di braccia tese di Battisti, il sensibilino non sa che significa vomitarsi l’anima o non saper dove mangiare ché tanto se sgarra al massimo si gonfia un po’, intanto chi si trova una richiesta così alta di cucina senza glutine s’improvvisa. Inventa il cazzo di sapone per le mani con la scritta “Senza Glutine” in bella vista quando il glutine o te lo mandi giù, o non ti fa una mazza. Compaiono cartelli a caratteri cubitali con scritto “Senza Glutine” ovunque, fuori da gelaterie, pizzerie, ristoranti, che non hanno cambiato il menù né tanto meno la cucina. Però c’è scritto, quindi è vero.
Come la Bibbia.

Celiac_Trend

Io, ai sensibili al glutine, auguro un giorno da intolleranti, al glutine.
Un giorno in cui dopo un paio d’ore dall’etto di pasta si possano svomitazzare l’anima, giusto per fargli capire che sì, sicuramente limitarne l’assunzione fa bene a chiunque ma che no, la celiachia non è una cazzo di moda.
La celiachia, quella vera, se presa sottogamba può dar problemi seri alla tiroide, portare al cancro all’intestino, allo stomaco. Insomma, mica cazzi.

Quindi, per favore, smettiamola un secondo di far diventare moda il cibo, fermiamoci un secondo dal trend della cucina particolare.
Capite cosa avete, se avete qualcosa, e mangiate di conseguenza.
Ma per voi, non per l’immagine che volete gli altri abbiano di voi.

Io, adesso, dopo che il Duplo non m’interessava ed il pane me lo faceva mamma, se passo davanti ad una pasticceria o sento l’odore del pane fresco, un po’ rosico.
Se smettessi improvvisamente di essere celiaco, anche solo per un giorno, ingrasserei una decina di chili tra pasticcini e pizza bianca con la mortazza.

A ‘sto punto, se non volete strafogarvi per voi, fatelo per me.

Sensibilini.

Ma Spiegatemi Una Cosa

Make down.

Make down.

In questi giorni mi è capitata una cosa strana con una ragazza, che non mi succedeva da anni e no, non dite “scopare” che non fa ridere.
In pratica, mi son (ri)trovato nella situazione in cui siamo amici, però da parte mia c’è un interesse molto forte. Niente innamoramenti, niente cotte, ma del sano ormone misto al piacere di passarci del tempo insieme.
La mia propensione al petting potente è stata subito stoppata:

“Siamo amici.”

Ok, no problem sister.
Continuiamo a vederci senza nessun tipo di malizia, il tempo passa bene e poi arriva l’estate con i “ciao” ed i “ci vediamo a Settembre”. Qualche Uozzappata, due cazzate ed ecco che arriva Settembre. O meglio, il 30 Agosto, ma tant’è.

Ora: pur vero che la situazione era di festa, con alcool che gira e gente allegra dio l’aiuta, però per tutta una serie di cose iniziano strusci e contro strusci, cose e contro cose fino a che.. non succede nulla. Ma tipo proprio nulla eh, niente. Della serie che la gente alla festa in questi giorni si è convinta definitivamente che io sia gay, visto come si era messa la situazione.
Dopo un’alba, due cappuccini ed un viaggio in macchina, la sera mi sento dire di nuovo che

“no Jacopo, colpa dell’alcool ed io rimango ferma qui, chiodandomi i piedi al terreno.”

…..oooooooooooook. Va bene.
Però a questo punto mi chiedo, oltre a farmi tutta un’altra serie di questioni che partono dal sesso per arrivare alla filosofia, passando per la misoginia, insomma io ora mi chiedo no, terra terra, spiegatemi una cosa:

vi truccate per ore, state lì a curarvi i capelli che nemmeno Antonio Conte, fate diete ferree, prove costume, prove costume di Carnevale, scegliete bracciali fra mille bracciali, anelli fra milioni di anelli, giorni per scegliere vestiti che già avete “ma di un’altra fantasia”, vi consultate con le vostre amiche su quale sia l’uomo giusto fra quelli che vi vengon dietro ma intanto vi fate venire dietro da qualcuno di cui poi lamentarvi, vi fate pagare le cena, i pranzi e le colazioni, magari aggiungete un paio di tatuaggi ed un piercing, LE SCARPE..

..e poi vi dimenticate il cuore a casa?

Ragazze, fosforo ci vuole qui, non carezze ed abbracci.

Fermatevi un attimo, oh voi donne, e pensate che se fate anche solo la metà delle cose lì sopra, e poi l’unico modo per sfruttarlo è andare in giro a farla annusare e basta beh, avete perso in partenza. Ma alla grandissima.
Avete un potenziale che senza additivo alcuno può fare la terra cabrio, ma dovete mettervi una maschera addosso per abbassarvi al prototipo che vi propinano ogni, singolo giorno, e che poi non sapete gestire.

Lavatevi la faccia e sbottonatevi il cuore, cristo, che così siete solo manichini.

E almeno datela, Cristo.