Quattro Motivi per Rimanere a Roma – Uno

L’Applicazione Fai-Da-Te del Codice Stradale

Se con Marino la situazione della Polizia Municipale stava cominciando a migliorare (un ex poliziotto a capo, introduzione di nuovi sistemi per le multe, servizi che vivevano di segnalazioni del cittadino) con la giunta Raggi la situazione è tornata come prima, e cioè: liberi tutti.
Questo vuol dire che se hai una macchina puoi tranquillamente continuare a parcheggiare in doppia fila, passare a rosso inoltrato, suonare clacson come se fossimo tutti sordi e stare al telefono per ore, tra le tante cose.
Il pedone non esiste, quindi nessun problema se dovete lasciare la macchina sulle strisce o davanti alle rampe per disabili.
Il ciclista è invece un animale strano, bistrattato da entrambe le suddette categorie ma sempre arrogante quel basta da fregarsene di tutti e fare di necessità (l’arrangiarsi a causa della totale assenza di piste e segnaletica riservate) virtù (stare ovunque, dal marciapiede ai binari del tram).
La quasi totale mancanza di controlli, per nulla compensata da sporadiche quanto aggressive apparizioni di dipendenti ATAC che come avvoltoi girano tra macchine parcheggiate una sopra all’altra, con proprietari che inventano scuse come coi compiti alle elementari («capo m’è appena morta nonna! se l’è magnata er cane!»), insomma se non fosse per le ronde da leghisti stupidi e qualche capannello di vigili ai gabbiotti nelle ore di punta, Roma a livello di civismo stradale starebbe al pari di quelle capitali dell’Est Asiatico dove gli incroci sembrano ingrandimenti di formicai abitati da insetti idrofobi.

Ma è anche tutto quello che riguarda la strada, e non solo chi la abita, a rendere Roma unica.
Alcuni esempi?

I parcheggiatori abusivi sono ormai così presenti e radicati da essere finalmente in procinto di prendere l’autorizzazione per essere regolarmente abusivi.
Alcuni semafori non cambiano colore per così tanto tempo da sembrare dipinti.
I cartelli stradali sono espositori per adesivi “La droga dà la droga daje”, “Welcome to Favelas” e “Ultras Roma Per Sempre Forza Maggica Totti Sindeco”.
I marciapiedi sono tutto tranne zone franche per pedoni: diventano parcheggi, scorciatoie per motorini, banali appendici delle corsie dedicate.
Tassisti che menano autisti NCC che menano conducenti Uber che al mercato mio padre comprò.

Insomma, in un mondo che punta al verde, all’ecologia, alla riduzione di emissioni nocive, che ti obbliga a camminare o pedalare, a rinunciare alla macchina se non addirittura a vietarla, Roma va orgogliosamente controcorrente confermandosi una città a misura d’auto: 613 ogni mille abitanti, oltre due milioni e trecentomila veicoli circolanti su poco meno di tre milioni di abitanti.
E proprio per questo il codice stradale deve, essere speciale. Non può andare incontro al comune senso civico ma deve essere di nicchia, particolare, unico, così come la città che ne permette l’applicazione.
Siamo o non siamo quelli famosi per Gregory Peck e Audrey Hepburn in due sulla vespa, senza casco, a guardare tutto tranne che la strada?

Quattro Motivi per Rimanere a Roma – Un’Introduzione

Da qualche settimana ho iniziato a limitare i miei passaggi su Facebook.
In primis per potermi concentrare (o almeno provarci) sulla scrittura.
E poi perché era diventata la mia principale fonte di notizie quotidiane. Solo che lì sopra non sono mai vere notizie, perché sporcate da opinioni e punti di vista e ragionamenti che le modificano, le distorcono fino a presentarsi come questioni personali: diventiamo tutti sismologi, medici, politici e quasi ti manca quando eravamo solo allenatori di calcio, e solo il Lunedì.

Questa seconda cosa mi sta quindi aiutando molto, perché non sono più costretto a leggere di quanto gli immigrati qui, i politici lì, i terremoti esagerati dallo Stato e la tipa che compare su ogni scena di ogni attentato da quello dell’arciduca Francesco Ferdinando nel ’14.
Ma soprattutto, mi sto depurando da tutta una serie di costanti, continue, quotidiane informazioni sulla malagestione di Roma da parte del Movimento Cinque Stelle, nella persona della Raggi e della sua setta cerchia.
Da accanito sostenitore di Marino, gli ultimi due anni li ho passati arrabbiandomi, contestando, documentandomi, leggendo molto e scrivendo ancora di più. Ho creato pagine e segnalato altre, ho risposto a ogni commento (e all’inizio sono stati davvero tanti), ho bloccato più gente io che Dikembe Mutombo nella sua carriera e poi, a un certo punto, mi sono rotto il cazzo.

E quindi nell’ultimo mese mi sono staccato dall’oversharing di critiche sui mezzi, sull’AMA, sull’amministrazione e le sue non-scelte, iniziando a valutare l’idea di andarmene via e stop, via il dente via il dolore. Ho cominciato a parlare solo tramite la mia pagina Il Penultimo dei Romantici e sono arrivato adesso a capire che non solo questa cosa sta avendo effetti positivi sulla mia scrittura, ma anche sulla sopportazione per la mia città.
A stare sempre lì a puntare il dito, criticare, vedere le cose che non vanno si arriva a far riempire la colonna dei Contro dimenticandosi dell’esistenza di quella dei Pro.
Nonostante tutto Roma i suoi Pro ancora li ha, e avere tempo di osservarla meglio mi ha dato modo di trovarne almeno quattro, di validi motivi per rimanere e godere di quello che la Città Eterna già può offrire anche (soprattutto?) grazie al contributo della Sindaca e il suo staff perennemente in Movimento.

A partire dal prossimo Lunedì, per quattro Lunedì consecutivi, le quattro ragioni per cui alla fine Roma può offrire delle possibilità che non solo sono nascoste, ma sotto il nostro naso (e a volte dentro) tutto il giorno, tutti i giorni, e che possiamo sfruttare per restare, e trarne tutti i vantaggi possibili.

L’Appartamento di Via Roma – Seconda Parte

palazzo

[la prima parte qui]

Il nuovo proprietario sapeva però che non sarebbe stato facile, per tanti motivi: prima di tutto veniva da tutt’altra città, e questo generò la prima ondata di malumori perché si pensava a qualcuno del posto, che conoscesse la situazione. E poco contava che anche l’inquilino precedente fosse forestiero, o che il nuovo avesse studiato bene la situazione. Ché oltre a tempo e pazienza, anche la memoria è una fonte facilmente esauribile.
Sapeva di dover lavorare e molto, sull’immagine dell’Appartamento, cancellando ogni traccia di degrado ed incuria che si manifestava in intonaco ormai più a terra che sui muri, finestre divelte dove tutto poteva passare, il pavimento marcio ed i topi ovunque. Pensava a quanto fosse incredibile che ancora quella casa volesse essere abitata da qualcuno, e che qualcuno invitasse ospiti che accettavano di buon grado l’invito, gozzovigliando tra cibo costoso e ratti enormi.
Ma era, e senza esagerazioni, letteralmente sconvolto dal fatto che tutti gli altri inquilini, dai vicini di muro ai dirimpettai, avessero atteso così tanto per stancarsi, per decidere di provare a ricominciare da capo.

Ogni giorno, però, si scrollava di dosso questi pensieri e lavorava, sbagliava e riprovava, cominciando a sistemare qualche finestra, coprendo momentaneamente i buchi in terra con dei giornali. Gli stessi giornali che cominciavano ad additare la sua lentezza, il suo essere troppo spesso fuori casa per comprare altri attrezzi e trovare persone competenti che si occupassero ognuna di un aspetto dell’Appartamento, che era però urlato come un abbandono, una noncuranza, un preferire l’aria aperta. E così anche i condomini cominciarono sempre più a mugugnare, malelingue come nemmeno nei peggiori paesi fatti di suocere e nuore che si odiano ma che in piazza si salutano sempre.

Cominciò a trovare la porta scardinata, scritte irripetibili sui muri, i vetri delle finestre rotti senza schegge all’interno. Segno che erano rotti da dentro, che qualcuno si introduceva in casa sua per sabotarlo, per farlo ricominciare ogni volta. I famosi dieci passi indietro dopo averne fatto mezzo in avanti.
Di sicuro c’era anche la sua ingenuità, il suo voler far vedere agli stessi che gli mettevano il bastone tra le ruote che poteva farcela senza mettere una porta blindata, o qualche sensore nell’Appartamento. Era ogni giorno più debole e solo, ma sempre più convinto di potercela fare.

Tutto precipitò quando colse in fragrante due dei suoi vicini, più precisamente l’amministratore di condominio che tanto spinse per farlo insediare ed il portinaio, che al contrario era il primo detrattore del nuovo inquilino. Trovò il primo con una mano ben fasciata, intento ad infrangere ogni superficie trasparente e riflettente che trovava. Il secondo, meno nobilmente, urinava camminando, così da poter marcare più muro possibile.
Non ebbe nemmeno il tempo di dire qualcosa che da dietro comparvero tutti i restanti condomini, più i dirimpettai e persino gente che in Via Roma nemmeno ci abitava. Una folla silenziosamente inferocita, di cui si sentiva un solo respiro così profondo che quando l’aria uscì dai polmoni spazzo vià giornali e fece cadere gli ultimi frammenti di finestre dagli infissi.
Capì che era finita quando la folla si aprì come un corridoio, indicandogli senza cenni l’uscita.

Prese le sue poche cose (uno zainetto, i suoi occhiali da vista e la sua dignità) e prima di uscire si girò una sola volta, e senza parlare provò a far capire a tutti l’errore che stavano commettendo.

Ma non ci riuscì.

[fine seconda parte]

L’Appartamento di Via Roma

palazzo

L’appartamento di Via Roma era il più bello della città. Negli anni tanti altri stabili avevano provato ad imitarne stile ed abitudini, fatte di feste piene di gente importante ed incontri segreti con persone ancora più importanti. Ma nessuno era mai riuscito a prendere i suoi tempi, le fortuite coincidenze ed i proprietari furbi, e per questo è da sempre l’Appartamento, con la “Capital A”, come dicono gli americani che l’Apartment lo hanno sempre frequentato.

Tutto il resto del condominio che ospitava l’Appartamento era contento della situazione, ché nonostante alcuni loschi figuri ed il rumore praticamente continuo e quel benedetto ascensore che spesso non ce la faceva a fare tutti e sette i piani, la sola presenza di quella casa portava prestigio e molte, alte offerte all’entrata, che venivano poi distribuite tra tutti gli occupanti del palazzo.

Certo, la sua fama era dovuta soprattutto a quello che succedeva tra le persone, visto che la facciata esterna così come i servizi interni erano stati ormai abbandonati per secchi di acqua di una sorgente lontana e a cibo portato da località remote, di poco costoso quanto il trasporto, ed enormi teli con il palazzo disegnato sostituivano la vernice secca ed i cornicioni crepati. Ma l’importante, non dimentichiamolo, era quello che succedeva dentro: mani che si stringevano nel nome di vecchie amicizie, mani che portavano doni ai padroni di casa, mani che si lavavano via lo sporco con quell’acqua che tanto aveva viaggiato. L’intonaco cadeva, ma i rapporti si saldavano sempre più, e poco altro contava.

Un giorno però, arriva un nuovo inquilino. Perché sotto sotto tutti i condomini si erano stufati di quella situazione. Ok il prestigio e la fama, ma gli anni erano passati e bisognava assolutamente curare l’immagine, far riprendere i servizi, sistemare quell’ascensore troppo lento, se non spesso rotto.
Il nuovo inquilino si insediò perché il vecchio fu mandato via per voto quasi unanime da parte dei condomini. “Quasi”, perché alcuni avrebbero preferito vedere il palazzo crollato, pur di continuare a farsi un loro gruzzoletto.
Il nuovo coinquilino decise di fermare le feste, gli incontri, i secchi d’acqua ed il cibo esotico. Si rimboccò le maniche ed insieme ad alcuni fidati amici iniziò a sistemare l’Appartamento. Armati di pennelli, carta vetrata, giornali e tanti attrezzi. Voleva l’aiuto di pochi ma esperti colleghi, senza interferenze dei condomini né tantomeno di chi passando per strada, in memoria dei vecchi tempi di bagordi, provava a strizzare l’occhio ed a porgere la mano sporca e piena di soldi.
Niente da fare: il nuovo inquilino chiedeva solo tempo e pazienza da parte di tutti.

Ma si sa bene che tempo e pazienza sono due risorse che vanno via molto in fretta. I soldi, ed i rancori, si possono accumulare.
E queste cose lui non le sapeva.

[fine prima parte]

Confessioni di una Mente tra Riso e Rosa

mente

Ciao, mi chiamo Jacopo, ho 31 anni e mezzo compiuti e sì, mi piace tanto scherzare.
Mi piace ridere ed impazzisco di gioia quando faccio ridere.
Fosse per me, metterei due giorni obbligatori di risata libera ogni settimana.
Mi piace scrivere e far ridere scrivendo. Certo, dal vivo è tutt’altra cosa, ma sapere che quello che scrivo fa fare anche una piccola, breve ma sincere smorfia di riso, io sono contento.
Adoro la battuta e cerco di affrontare temi seri mettendoci sempre del cazzeggio.

Questo non vuol dire che non riesca ad essere serio, solo che preferisco evitarlo.
Poi ci son momenti che devo esserlo, e allora mi metto l’anima in pace.

Però ridere è bello, ed anche volersi bene.
Chi mi conosce mi dice che sono una femmina mancata, tanto sono sensibile, ed io sono il primo ad ammetterlo e pure a bullarcisi sopra.
Sono sensibile alle pubblicità coi bimbi ed ai film strappa cuore, come sono sensibile nel capire le persone, o almeno il loro sentimenti. Generalmente mi basta poco per provare empatia per una persona.
Non tutti eh. Un minimo di parametri di normalità e cuore devi averli, ché una testa di cazzo rimane una testa di cazzo, e non voglio certo star lì a provare testadicazzaggine.
Mi piace tanto parlare quanto ascoltare, e faccio entrambe le cose molto volentieri. A volte esagero con la prima ma, tant’è, nessuno è perfetto. Queste due cose però mi hanno aiutato tanto, fino ad ora, perché c’è tutto da imparare e molto da consigliare, a ‘sto mondo, e sono due cose per me molto importanti. Due cose strettamente legate, che si alimentano a vicenda e che smuovono, almeno secondo me, gran parte di ‘sto mondo.

Insomma, credo di essere una persona buona, che ha fatto sicuramente soffrire tanta gente ma che in generale non l’ha mai fatto apposta. Ed ho imparato negli ultimi anni a chiedere scusa, a parlare dei problemi che ritengo tali, a mettermi in gioco quando la situazione lo richiede.

Mi chiamo Jacopo, ho 31 anni e mezzo compiuti, e mi sono rotto il cazzo.
Perché i buoni, o ritenuti tali, in questa città non sopravvivono.
La maleducazione imperante, perenne, sempre più grave imperversa nelle strade, sui mezzi, nelle auto, in ogni angolo di questa città altro non c’è che gente sgarbata e sguardi incarogniti.

Ho creduto in un sindaco che è stato fatto fuori dal suo partito, con qualche spintarella di chi Roma sapeva di prendersela a mani basse, una volta avuta la piazza pulita.
E Roma se la sono presa, ma solo per usarla come tetrino di una politica che nulla ha di nuovo, se non i volti.
Come sempre.

Vedo una città senza una politica sociale, senza un progetto, che ora dice solo no e da la colpa agli altri. A chi c’era prima così come chi c’è ora,siano i poteri forti o il vicino di casa.
Lo scaricabarile fatto quotidianità, lo schivare accuse facendole andare addosso a quello dietro.
Nessuno sa più prendersi la colpa o chiedere scusa, se non per additare qualcun altro subito dopo.
Nessuno, dal sindaco incompetente al passante che ti da la spallata, sa più dire «scusa».
Nessuno vuole più prendersi una responsabilità, che non sia qualcosa di già pronto e fatto, magari da quelli prima di lui.

Mi chiamo Jacopo, ho 31 anni e mezzo compiuti, e sto disperatamente cercando di capire cosa, e come.
Cosa voglio, cosa devo fare per averlo, come farlo, come affrontare la pigrizia e cosa andare a scardinare dentro di me per fare il passo dopo, sapendo che mai come in questo momento è importante prendere decisioni importanti.

Per fortuna so che l’essere un po’ simpatico, sensibile, ascoltatore, insomma di base quell’essere buono di cui sopra, mi regala delle persone bellissime intorno, persone che mi vogliono bene per quelo che sono, e che stanno lì con le bracci aperte pronte ad abbracciarmi.

E questo, alla fine, è tutto quello che serve per ridere ancora.