Improvvisate #5 – I Giochi Son Finiti

Mi sei stata accanto, questo so.
Intere nottate passate insieme a ridere, gridare, imprecare e gioire.
Poi magari per giorni, a volte mesi, ci si perdeva di vista: io ero troppo impegnato con la mia vita, tu sempre chiusa in casa davanti alla tv.
Ma quando ci si rivedeva, mi bastava un dito per accenderti e scaldarti. E tu non dicevi mai nulla, stavi lì e ti facevi dire e fare di tutto.
Insieme abbiamo visto film (pure quelli zozzi), serie tv, foto, abbiamo ascoltato musica ma soprattutto giocato, grazie al tuo dono innato di farmi tornare bambino tutte le volte.
E le tue forme. Cazzo, le tue forme: morbide, piene, con quel tuo vestito sempre nero ma portato con eleganza e disinvoltura, che quasi sembravi una sposa in negativo.
Mentre poi, in tutti questi anni, mi divertivo con altre donne, tu mi hai sempre aspettato, senza mai farmi pesare i miei difetti e le mie mancanze.
Sei stata un’amica, una compagna, un’amante, tutto quello che ho sempre cercato in qualcuno.

Ora, dopo quattro anni, te ne sei andata.
È stato un attimo: mi son girato, e sei finita nelle braccia di un altro.
Molto più giovane di me, tra l’altro.
Ma ti capisco, ti capisco davvero.
E penso, con tutto il cuore, che te lo meriti.

Addio amica mia, ti vorrò per sempre bene.

Nemmeno quel bambino ti tratterà bene come ti ho fatto io.

Nemmeno quel bambino ti tratterà bene come ti ho fatto io.

Cose Per Cui Vale La Pena Vivere, O Almeno Alcune


(per chi si chiedesse chi è l’unico che può permettersi di fare liste del genere)

Idee per un racconto su gente ammalata, con il cuore spezzato, che preferisce pensare a quanto farà male stare senza una persona, per evitare di rispondere a domande universali tipo chi siamo? dove andiamo? chi è l’ultimo per il dottore?

No, devo essere ottimista. Le cose.. le cose per cui vale la pena vivere. Ce ne saranno di cose, che non siano solo scegliere l’alcolico col quale affogare la tristezza. Ma cosa? Beh, per me.. sicuramente le tette. Piccole e belle, possibilmente. L’amore incondizionato di una donna, foss’anche solo per una notte. Il tramonto, ma soprattutto il tramonto di Malagrotta, così bello che è impossibile che non siano i fumi della discarica a renderlo unico. E anche le albe, anche se ne ho viste sempre troppe poche, e me ne ricordo anche meno.

Poi ci metto anche il veder crescere bene mio fratello: bello, intelligente, molto maturo per la sua età, ma sempre pieno di quell’ingenuità di un (quasi) diciassettenne. Guardare i miei genitori e capire che se non fosse stato per loro, spesso ti saresti perso. E non solo da bambino, in strada.

I miei amici. Uh, se ci metto i miei amici. Che nonostante tutto stanno sempre, sempre lì. Anche quando non ci sono e li vorresti con te.

True Love Will Find You In The End“, e quel the light, the light.. di una bellissima, infinita tristezza.

Poi i Led Zeppelin ed i riff di Keith Richards. I RHCP. Bach. La Marcia di Radetzky. La prima volta che senti una canzone, e te ne innamori. Le canzoni tristi. I film, tristi. Le nuvole che sembrano enormi ammassi di panna montata.

Cercare le forme nelle nuvole.

Il White Russian, ma fatto come cazzo comanda. L’odore della pioggia in arrivo, quello dell’asfalto bagnato subito dopo, quello dolciastro dell’erba appena tagliata, il profumo del pane appena sfornato (sì, nonostante sia celiaco. anzi, a maggior ragione). L’odore improvviso di un fuoco controllato nei campi, quello del caffè.

Il suo profumo che rimane sui vestiti, sui cuscini, nell’aria.

Breaking Bad, Lost, The Shield, 24, New Girl, tutti i film del buon Allen, quelli con Jim Carrey, non proprio tutti tutti ma “Eternal Sunshine..” cristoddio sì. I monologhi di Gramellini, e quelli di Paolini.

Quella foto.

Quel quadro bellissimo di cui non ricordo autore né titolo, che c’era alla Berlinische Galerie, con tutti quei personaggi dipinti così bene e fin nei minimi dettagli, che sembrava di osservare quattro frame di un video. Immobili, ma in movimento.

Quelle Domeniche in cui ti svegli e non sei solo, che passi in pigiama a fare l’amore e a fumare sigarette, e a chiedersi perché? e sbattersene della risposta.

Togliersi la soddisfazione di finirla qui, pur avendo mille altre cose da mettere.

Breaking Bad – E adesso?

È difficile dare un giudizio ad una serie come Breaking Bad. È difficile essere oggettivi, e lo è ancora di più etichettare un prodotto che, trasversalmente, ha toccato tutti i punti più alti di quella cosa chiamato Cinema.
Nessuno me lo ha chiesto, sia chiaro.
Ma mi accorgo solo ora, senza avere più il mio chimico preferito accanto, che in questi anni non ho mai scritto di Breaking Bad. E allora perché non farlo ora, per una sola volta?

Non sto nemmeno qui a dirvi che da adesso in poi ci saranno più spoiler che portafortuna a casa Letta.
Zio e nipote.

Sono tanti quei punti di cui parlavo prima e che Gilligan e compagnia hanno raggiunto, non senza fatica.
Innanzitutto quello (scontato?) della sceneggiatura.
Il livello di scrittura è stato così sublime che J.J. Abrams ha pisciato bile per cinque anni. Gilligan ha preso IL personaggio e lo ha fatto partire da A per farlo arrivare alla Z, passando per ogni altra singola lettera dell’alfabeto. Cambogiano.
Premetto che io sono un Lostiano d.o.c. e che per me fino a ieri sera il miglior finale mai visto era proprio quello dei dispersi più famosi al mondo. Detto questo, e senza fare ammenda, capisco solo ora quanto può essere molto più difficile portare avanti un qualcosa di pianificato rispetto ad un prodotto fatto, per mezza serie, improvvisando. Se devi creare in corso d’opera, forse l’effetto sarà più spettacolare ma privo di un colpo vero e proprio. Intendo un pugno in faccia come un conato, ma comunque qualcosa che ti rimane attaccato addosso come se fosse successo davvero.

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“We are a family”.

Breaking Bad ha fatto proprio questo. Ha lasciato dopo ogni puntata un dubbio morale, etico. Ogni volta ci siamo ritrovati a dover fare i conti con le scelte di Walt, sin dall’inizio, sin dal non volersi curare per non finire come un un morto vivente, ancora prima dal trovarci d’accordo o meno con l’uccidere Krazy8, e persino prima con il mettersi a cucinare metanfetamina. Per cinque anni, quel capolavoro di attore che è Bryan Cranston ci ha messo lì, vicino a lui, ed ha diviso con noi il peso di ogni singola scelta. Fino all’ultimo, fino a non farcela più, fino a distogliere lo sguardo dal suo volto. Ma anche fino ad accennare quel sorriso insieme a lui e Jesse, quel “grazie a dio è un addio” negli occhi di Aaron Paul e poi nelle sue lacrime mentre ride ed urla e guarda lo specchietto e poi urla ancora di più. Non ci lasciano il dubbio su cosa farà: magari andrà davvero davvero in Alaska a costruire scatole di legno, ma sarà comunque lontano e forse, finalmente, felice.
Sappiamo con certezza che Walt se ne va più leggero, dopo aver tolto definitivamente la maschera, ammettendo che gli piaceva eccome, fare l’imperatore della droga. Ma allo stesso tempo liberando, davvero e per sempre, lo stesso Jesse.
E non ci lasciano nessun dubbio sugli altri: Skyler, insieme a Flynn ed Holly, passerà una vita misera, che probabilmente neanche i soldi che arriveranno meno di un anno dopo riusciranno a toglierle il peso di tante, troppe macchie del suo passato.
Marie, probabilmente, si suiciderà. O comincerà a fumare meth.
Saul, se tutto va davvero bene, lo vedremo nel suo ormai confermato spin-off, antecedente a tutto quello che conosciamo. Speriamo bene.

Il pregio vero della serie, in pratica, è stata la costanza. La cura e la precisione di Vince Gilligan nel preparare, pezzo dopo pezzo, un gigantesco domino. L’insieme perfetto di un sogno americano che si spezza, la crisi di mezza età tipica degli uomini, il rapporto tra parenti, lo scontro generazionale. Ha trovato gli attori giusti, si è circondato di gente fidata ed affidabile, ed ha dato il colpo alla prima tessera.
Aveva preparato tutto con cura, nei minimi dettagli: si dice che in una passata stagione abbia impiegato ore nello scegliere la tonalità di grigio di una maglietta da far indossare a Dean Norris. Non il colore, attenzione. La tonalitàCi ha fatto capire sempre tutto, ma sempre due minuti dopo: è il cosiddetto foreshadowing, e cioè l’abilità di un autore (letterario, musicale, o come in questo caso televis.. pardon, cinematografico) di inserire alcuni indizi su cosa succederà nel corso della trama. E la maggior parte delle volte non sono così evidenti.

Zac.

Zac.

La puntata “Box Cutter“, ad esempio, si apre con l’inquadratura di un taglierino, che il povero Gale usa per aprire le scatole degli strumenti del laboratorio. Lo stesso taglierino, viene usata da Gus per sgozzare come un capretto Victor. Anche in “Face Off“, mentre Gus si trova nell’ascensore per porre fine alla scampanellante fine di Hector Salamanca, l’inquadratura si sofferma sulla sua mano mentre, come un tic, si tocca  le punte di pollice e medio mentre si sente l’insistente “ding ding” dell’ascensore. Proprio come, poco dopo, lo storpio kamikaze suonerà per far esplodere la bomba.

(da notare che anche già solo i titoli, sono indizi)

Persino il comparto costumi ha contribuito in modo enorme alla riuscita della serie: partendo da tutte le sfumature possibili di viola di Marie, ai primi arancioni di Hank che si trasformano in colori più cupi man mano che il suo personaggio diventa sempre più consapevole dello tsunami di merda che gli si sta per abbattere addosso.

Se pensate che io perda tempo, guardate qui.

Se pensate che io perda tempo, guardate qui.

Ovviamente, c’è Walt. Dai colori pastello, così neutri da farlo sparire nella sua iniziale inutilità, arrivando al nero di Heisenberg, un nero più integrale possibile, con cappello ed occhiali. Fino a tornare ai colori fermi una volta uscito dal giro, per lasciarsi poi morire con l’identico dress code della prima puntata, quello prima di trovarsi in mutande nel deserto.

La musica. Ah, la musica di Breking Bad. È da ieri sera che ascolto la playlist su Spotify, e credo che mai nessuna serie abbia mai avuto una migliore scelta di brani. La migliore, in assoluto.
Se pensando a Lost mi verrà in mente la sigla, e le due canzoni top che tutti conosciamo, pensando a BB penso a mille momenti, mille singole canzoni magari anche solo accennate che hanno accompagnato un momento, solitamente non parlato. Inutile dire che questo rimarrà probabilmente il miglior abbinamento canzone/scena finale della storia del mondo tutto.

Per il resto, non so che altro dire se non che sono anche queste stronzate a rendermi felice di essere nato in questi anni. Già le soddisfazioni son poche, almeno quelle virtuali.

Inutile dire che tutto questa manfrina non ha uno scopo, forse nemmeno un senso. Spero di non avervi annoiato.
Ma, anche solo per una volta, volevo dare il mio omaggio a quella che rimarrà per molto tempo, forse per sempre, la migliore serie tv che sia mai stata ideata, scritta ed interpretata.

"Guess I got what I deserved".

“Guess I got what I deserved”.

 

Un solo appunto: ma Huell?

Meanwhile..

Meanwhile..

“Immagino Nessuno Sia Vegetariano”

[SSAGIO ANTISPOILER  — ATTENZIONE — MESSAGGIO ANTISPOILER  — ATTENZI]
(immaginare la scritta qui sopra scorrevole come quella fuori gli alimentari dei bangla)

IL SEGUENTE POST PARLA IN MODO CONFUSIONALE DELLA PUNTATA 8 (OTTO) / STAGIONE 8 (OLLO) DI DEXTER.
SE NON SIETE ARRIVATI A QUESTO PUNTO, SIGNIFICA CHE
O
SEGUITE QUELLA IN ITALIANO
O
NON SIETE MASOCHISTI COME ME ED AVETE CEDUTO VISTO LA SERIE CHE SI È TRASFORMATA IN UN QUADRO TIPO POLLOCK MA FATTO DA MARIO ER CAVEZZA.
COL VOMITO.
DEL SUO GATTO.
MORTO.

[E MESSAGGIO ANTISPOILER – ATTENZIONE – FINE MESSAGGIO ANTISPOILER – A]
(questa immaginatela scorrevole come quelle fuori dai negozi dei cinesi)

Intanto uno ecco a voi uno dei motivi per cui continuare a vedere Dexter.

Hannah, palindroma e puledra.

Hannah, palindroma e puledra.

E insomma ve la faccio breve, spiegandovi gli appunti che mi sono segnato (sì ho preso degli appunti) (sì stasera sto in gran forma, o almeno così mi sussurra all’orecchio per incitarmi l’enorme armadio parlante qui accanto).
In sintesi la puntata è un paio palle incredibile, dove anche le scene con un minimo di dialogo sensato vengono rovinate da un dettaglio che nelle passate stagioni (perfino la settima dove i segnali di un’epidemia di peste creativa nella stanza degli sceneggiatori erano ben visibili) sarebbe stato eliminato o curato meglio.
Esempio?
Hannah e Dex in macchina, lei che gli chiede del perché lui non la sia andata a cercare per spezzettarla e lui che tenerone cuccioloso risponde che voleva saperla ancora nel mondo.
Che carini vero?
Peccato che dall’autoradio esca una canzone che sembra cantata dai Gipsy Kings in fase preadolescenziale, perché devono ancora ricordarci, dopo otto fottute stagioni, che la serie è girata a Miami.
Dio mio, pensate che palle se a CSI: Miami ogni volta che fanno le analisi delle prove, col montaggio veloce e le inquadrature gggiovani, invece di mettere i pezzoni rock o comunque gggiovani, mettessero una canzone che sembra presa dalla playlist di un villaggio vacanza messicano.
Comunque, se non è la canzone è il green screen dietro che manco in “Atto di Forza”, oppure è il dialogo smorzato a metà quando prima era uno dei pregi massimi di “Dexter”.
La puntata scorre così, ma..

Ecco le due tre stronzate che mi hanno aiutato a non cadere in trance invocando Trinity come sta succedendo da ormai troppe puntate:

Dialogo Quinn – Jamie

-Se ti avesse chiesto Deb di restare, non ti saresti opposto all’idea.
-Deb non mi chiederebbe di restare. Vorrebbe catturare l’assassino a tutti i costi, come me.
-Scusami se non sono Deb.

"E mò che cazzo ho detto di sbagliato?"

“E mò che cazzo ho detto di sbagliato?”

Qui esce fuori, finalmente, la parte simpatica di musone-Quinn che risponde onestamente ad una domanda, perché in quel momento lui rappresenta tutti noi ed il nostro modo di rispondere a cuore aperto ad una domanda la cui risposta è: Deb faceva la poliziotta, ancora spacca i culi ed è buona quindi starebbe con me a cercare di prendere il bastardo. Fine. Jamie invece viaggia tra i cieli della gelosia e la faccia del povero Quinn dice tutto su quanto uomini e donne non si capiranno mai.

Scena comica con Zach + Zach e Deb

Prima c’è Zach che mi stavo sul cazzo. Poi pare che è lui ad aver ammazzato quell’altro angelo di Cassie, e quindi oltre a starmi sul cazzo lo trovo anche l’ennesimo attacco di schiuma alla bocca degli sceneggiatori che ormai vorrebbero solo soffocarsi con la propria lingua. Poi spunta fuori che Zach non c’entra nulla, anzi!! ha messo in pratica il rituale di Dex con qualcuno che se lo meritava: plastica, coltelli, scotch. Solo che l’ha ammazzato di botte prima di farlo a pezzi ma vabbè, tutto questo per arrivare al fatto che Zach diventa finalmente un motivo per seguire ancora ‘ste ultime gocce di veleno che è diventato “Dexter”. È simpatico, l’attore è bravo, si muove bene e le scene in cui “Dudizza” Dex (“Don’t dude me) sono esilaranti, anche perché la seconda volta si giustifica pensando che Deb e Hannah si stiano contendendo il roscio. Che in effetti è vero. Insomma è proprio forte, mi fa ridere, fa la parte da Ciuchino in macchina (dando il titolo alla puntata) ed è talmente tutto perfetto che a fine puntata lo ritroviamo morto.
Spero per un ottimo motivo, altrimenti che la peste li accompagni per sempre, costringendoli a scrivere puntate del “Jersey Shore” per sempre.

Tette figlia Masuka ma anche figlia Masuka

Si commenta da solo no.

(sì lo so è della puntata prima ma volevo metterlo)

“IMMAGINO NESSUNO SIA VEGETARIANO”

Il titolo del post arriva dalla scena del tutti a cena a casa Vogel, a tavola con Dex, Hannah e Zach che insieme fanno circa 1014 omicidi. Un bel quadretto.
La frase la pronuncia la Vogel portando una specie di timballo a tavola, assicurandosi che tre serial killer che sulla pelle hanno avuto più sangue che sudore siano tutti amanti della carne.

M’ha fatto ride.

Poi in realtà mentre vedevo la punta mi è venuta in mente tutta una parte triste fatta di paragoni con la mia vita, il mio passato, il mio presente, ma era così difficile da scrivere che ho preferito seguire il consiglio dell’armadio parlante.

“Sì amico, spengo tutto, che è tardi”

PS – questo è quello che ha detto Andrea Scanzi a proposito di “Dexter”:
ha duramente stroncato la seconda stagione, parlando di personaggi secondari improbabili, messaggi etici discutibili e ironizzando sulla solidità di personaggi come Debra e Rita. Scanzi ha affermato che «l’ultima puntata della seconda stagione è quanto di peggio si sia mai visto negli ultimi anni». [wiki].

Ciao Andrea, insegna agli angeli a non capire un cazzo di niente.