Di Cose, Oroscopi Internazionali Ed Into The Wild [Con Un Finale Non Troppo A Sorpresa]

Quest'immagine avrà un doppio senso solo a fine post. Forse.

Quest’immagine avrà un -doppio- senso solo a fine post. Forse.

Ci sono momenti in cui capisci che qualcosa non va.
Magari ti sei fatto quel bicchiere di troppo, e capisci che se chiudi gli occhi vomiti.
Oppure sei a lavoro, e mentre un cliente chiama riconosci il numero e ti ricordi di non avergli preparato le informazioni che volevi.

Sei tranquillo, però senti arrivare da dietro un branco di cazzi che prende la mira, dritta sul tuo sfintere.

A volte, allo stesso tempo, senti che invece qualcosa va.
Non dev’essere per forza un tutto, che prende la strada giusta: l’allineamento dei pianeti è cosa rara ed ancor più raro che Rob Brezsny ci prenda col suo oroscopo quando dice che “Ti consiglio di programmare qualche visita in un luogo tranquillo dove potrai rilassarti più di quanto ti sia concesso di fare da qualche tempo” perché “ultimamente […] Hai dovuto prestare più attenzione di quanto avresti voluto a una serie di complicati dettagli” ed è stato “straziante“.
Dai su. Son capace anche io:
“Stamattina ti sei svegliato stanco, vero? Come diceva il filosofo Giammaria da Bastiello, tutti ci svegliamo stanchi, e stanchi andiamo a dormire. Ma non preoccuparti, [inserire segno zodiacale a caso]. Domani è Sabato, ed è il giorno che precede la Domenica. E la Domenica riposi. A meno che tu non sia un prete. In ogni caso, hallelujah.”

Digressioni astrali a parte, ‘sti giorni qualcosa va.
Ed è divertente perché, al contrario di quando il branco di cazzi arriva in corsa, non sto qui a dettagliarvi. Non sto qui a dirvi che ultimamente non uso più il mio letto solo per dormire, che sono un vulcano di idee e crema crea popoli, o che il mio lavoro mi piace un sacco e che sento quella malattia chiamata maturità crescere inside me.

In realtà, tutta ‘sta cosa era solo per prendere per il culo chi legge l’oroscopo, soprattutto quello dell’Internazionale. Vi voglio bene eh, però checcazzo.

Ma alla fine non era nemmeno per quello. Era solo per farvi capire, se non ci siete arrivati, che sto a scopà. Bene, e tanto.

E la felicità, lo sapete, è reale solo quando è condivisa.

E Poe Sia – L’Ultima Volta

l’ultima volta
non erano scritti da te
i foglietti
che scandivano ore
e coppie
per controllare un’entrata
che a dispetto del nome
all’epoca usavamo poco
come entrata per noi
che venivamo da dietro quando ancora il posto dormiva

l’ultima volta
sul coperchio del frigo grosso
non c’erano quei segni dei fondi delle bottiglie di Martini
quasi marchiati sopra
a forza di poggiarcele sopra a fine serata
cicatrici che rimangono
come se non bastassero le altre

l’ultima volta
le sigarette speciali non erano così proibite
non ho capito che è successo
ma almeno pare non sia colpa mia
che pure per altro ancora non ho capito cos’è successo
ma lì pare davvero sia colpa mia

l’ultima volta
saremmo andati via insieme
magari ubriachi marci
sfatti dalla vita
ma ancora con la forza per fare l’ultima
e per “scarico qualcosa al volo, che ci vediamo?”
e poi crollavi che nemmeno stava al cinquanta percento
ed io ti levavo il pc di dosso
ti baciavo
e ti guardavo fino a che non svenivo

l’ultima volta
non avrei rosicato a vederti parlare con uno che chiccazzè
almeno non così tanto
non fino al punto di andarci in loop
con quel nanetto in maglia celeste
e sentir stapparsi lo stomaco dieci minuti dopo
dall’angoscia pura
e correre a vomitare
che manco ero sbronzo
femminuccia

l’ultima volta
quella moretta non l’avrei manco notata
o almeno non ci sarei rimasto così
ché una arriva
ti chiede da bere
e lo fa con quegli occhi enormi
proprio mentre tu ammazzeresti a mani nude
tutto l’esercito russo
e lei ti chiede un cocktail
ti guarda fisso mentre lo chiede
ti guarda fisso mentre lo prepari
ti guarda fisso mentre ti da i soldi
e ti guarda fisso pure mentre le dai le spalle per darle il resto
te li senti nella schiena
quegli occhi neri come l’abbandono
e ti rigiri e lei ti fissa mentre si gira e dici “che le dico?”
ed ovviamente la vedi ballare sotto quel faro rosso
e non puoi muoverti
non vuoi
fatto sta che non lo fai
e lei poi sparisce
per tornare sotto forma
di ennesima sequenza di lettere su di uno schermo
non l’avrei nemmeno sentiti
quegli occhi
e invece sto qui
a sbatter la capoccia
sul nulla

di nuovo

l’ultima volta
nessun angelo mi aveva detto di esser stato un cazzone
con te
e la cosa mi ha sorpreso
perché sì che il discorso l’ho tirato fuori io
ma è pur vero che te lo aspetti da chi conosci meglio
da chi vedi anche fuori da lì
se pur son pochi
e la cosa non mi ha infastidito
anzi
lo sapevo
però m’ha fatto strano
ecco
cazzone
suona bene
da l’idea

l’ultima volta
minimo saresti rimasta a cantare Elvis
o Lucio
ed io a brontolare fuori
sbronzo
sfatto
ma innamorato perso
e ti avrei aspettato
solo per vederti barcollare un po’ in salita
con la luce celeste dell’alba
l’odore dei cornetti caldi
e quella voglia di letto mista ad una di
per sempre
mai detto
ma pensato
tanto
che a dirlo a certe persone
si fanno i danni
e invece a tenerselo dentro
guarda qui
che campione
che ne esce fuori

l’ultima volta
non avrei mai pensato
di pensare
a quando sarebbe stata l’ultima volta
pensa ora
che ho capito proprio
che l’ultima volta
è stata l’ultima volta
ed è anche ora
cioè non proprio ora
giusto il tempo di dirti

“mi dispiace”

ma solo fino ad ora
perché da ora in poi
no more dispiacersi
basta non arrivare al punto
di doverlo fare

quindi ciao
statemi bene
soprattutto tu
ma ora basta
che sarai stanca forte pure tu

o almeno così sembravi

l’ultima volta

E Poe Sia – Ben Venga

casa
cena
amici
disoccupazione
lutto
viaggio
silenzi
lacrime
assenza
tu
occhi
mare
Stretto
pazienza
amore
sorrisi
Angelo
alcool
abbracci
ghigni
spallate
scontri
urla
addii
blackout
confessioni
comprensione
ritorni
partenze
Termini
Berlino x3
aerei
attese
birra
alcool
erba
“piacere Jacopo”
“ti amo”
“coglione”
“perché?”
Breaking Bad
Le Cool
dischi
libro
scrivere scrivere scrivere
Poe Sie
novità
sorrisi
armistizio
sguardi
intensità
paura
insicurezza

‘sticazzi
me butto?
non so
ma intanto
quest’anno
è finito
che tanto
cambia solo
il numero
alla fine
e noi
non cambiamo mai
nemmeno di una virgola

quest’anno
zero propositi
che tanto
non li rispetto mai

anzi uno
uno solo
lo faccio
di star bene
tutti
almeno un po’
almeno nei momenti giusti
almeno insieme a chi se lo merita
giusto un po’
quel che basta
per arrivare alla prossima mezzanotte
indenni

lontani
ma indenni
che i fuochi
se li guardiamo insieme
son diversi
ma lo sfondo
quel cielo nero trapuntato per te
e quello artificiale di luci per me

è lo stesso

che insomma
in questo modo
abbiamo qualcosa in comune
andrebbe bene anche in Provincia
al massimo in Regione

tiè

però ecco
come vada
vada
che si possa avere qualcuno vicino
se non tutto l’anno
almeno quando fa un sacco freddo
quel freddo che ti rinfacci i piedi gelidi
da mettere tra le gambe dell’altro
almeno
quando fa troppo caldo
che ti si appiccicano i corpi
mentre si amoreggia
e fai quella scorreggetta coi petti
che il mio s’incastra
e il suo pure
e non puoi far altro che ridere
e amare

ecco

il mio augurio per tutti
che ci siano più rumori di sesso
e meno urla d’incomprensione
più scorreggette
più molle che cigolano
più incitamenti
più eccitamenti
più punti G
più sguardi in quel monento
più sigarette
più “è stato bellissimo”
e anche più
“non mi è mai successo prima”

l’importante

è che si scopi

tutti

un po’ di più

e se fra quel “tutti”
ci sono anche io

ben venga

il 2014

Harry_Sally

E Poe Sia – Se Ne Sta Lì

Capello

per mesi non l’avevo notato
preso dai pianti
le bestemmie
le seghe
le bestemmie segate
e le seghe bestemmiate

se ne sta lì
appeso
proprio accanto a me
attaccato al sopra di un pigiama che non metto più
che esce fuori da questi cassetti
che non son proprio cassetti
ma griglie che escono

ho sempre pensato di sfilarle del tutto
ed usarle per un barbecue
io e te
carne
vino
i tuoi occhi
e i tuoi capelli

intanto
però
lui se ne sta lì

quel tuo capello

un po’ liscio un po’ riccio
sicuramente bello

e la mattina quando il sole mi taglia in due la stanza
ecco la mattina
se mi sveglio dal lato giusto
quello che poi era il tuo

ecco la mattina
se mi sveglio dal lato giusto
lo vedo prima di tutto

prima della sveglia
prima del comodino
del tetto
o del letto

prima di tutto
la mattina
quando mi sveglio

il sole lo travolge
ed il capello brilla
ma brilla forte

e per un attimo
la mattina appena sveglio
mi sembra quasi di sentire il tuo odore
mi sembra quasi di poter piantare un gomito sul cuscino
usare la mano per poggiarci la testa

e guardarti

è così forte, la sensazione
che una mattina mi sono alzato
e ti ho preparato la colazione

te l’ho portata a letto

ma tu non c’eri

di nuovo

io però lo lascio lì
che magari un giorno ti ci ritrovo attaccata
a quel capello
come un grappolo di uva dolcissima buonissima bianchissima
come un pendente luccicoso
come un angioletto del presepe appeso ad un filo dorato

è proprio vero

tira più un tuo capello
che una mandria dei suoi

Abruzzo: Un Weekend Che Ci Voleva

"Foto che non c'entra Gnente", Ponte Galeria, (poco fuori) Roma.

“Foto che non c’entra Gnente”, Ponte Galeria, (poco fuori) Roma.

Tre giorni di montagne e nuvole, foglie secche e grappa, tavole sempre piene e camini che a starci davanti avrebbe problemi anche Vulcano.

Un mix tra “Stand By Me” e “Il Grande Freddo”, ma senza cadaveri nei boschi o essere amici da una vita. Non tutti, almeno. Iniziare stringendosi la mano e cercando in tutti i modi di non dimenticarsi il nome dell’altro, per finire abbracciati tra un “è stato un piacere” ed i mille “ribecchiamoci a Roma”.
Ed allo stesso tempi condividere risate che non ti facevi e non facevi fare ai tuoi amici di sempre, con un buonumore che da qualche settimana avevi detto “lo metto qui che così me lo ricordo” e che ovviamente non trovavi più ma che all’improvviso BAM! eccolo e senti che bello, tiene quasi caldo qui in montagna.

Una camminata in un bosco che aspettavi da tempo senza cercarla, quei silenzi di sottofondo e quei rumori improvvisi, secchi. Ricci che ti cadono sulle spalle sfiorandoti la testa mentre ti fai una foto, quasi a volerti sgridare per le tue distrazioni da uomo di città.
La legna da raccogliere, tronchi caduti a fare da leva e ancora tante risate, tagli sui pollici, la pioggia che ti sorprende nell’unico momento di relax, quello fatto di panini e vino e racconti. E poi quelle stronzate che ti illuminano il cervello e che ti fanno capire come l’uomo, pur di faticare di meno, se ne inventerebbe di ogni.

Lo zaino porta legno porta legna. Brevetto, please.

Lo zaino porta legno porta legna. Brevetto, please.

E dopo due giorni di tutto questo e molto altro, due tappe così pesanti che al giro d’Italia sarebbero quelle da centoventi chilometri di salita con pendenza al novantaquattro percento.
La seconda è L’Aquila.

Non c’ero mai stato, all’Aquila, né prima né dopo quella notte. E soprattutto dopo mi ero ripromesso di andarci ed invece eccomi lì, ieri, per la prima volta.
Era sera, buio, con pioggia leggera ma così fitta che è facile immaginare l’acqua infiltrarsi nelle crepe. Crepe che sono ovunque, e sono tutte enormi. Ed anche loro si possono tranquillamente paragonare a delle enormi cicatrici.
Ed i punti per provare a richiuderle sono tanti, diversi, ma che a poco sembrano servire. Sembrano sacchi stracolmi di macerie che qualcuno ha provato a chiudere con il filo da cucire.

Camminando per le strade, i vicoli, mi ha colpito l’odore di legna, quello classico della segatura e delle falegnamerie. All’inizio non capivo da dove arrivasse: intorno a noi c’erano solo piccoli cumuli di calcinacci, impalcature in ferro che amplificavano il rumore delle gocce di pioggia tanto da farle sembrare i passi di un qualche mostro nascosto nel buio, e tanto silenzio. Poi ho collegato: praticamente tutte le porte, soprattutto quelle ad arco, avevano delle strutture in travi di legno che ne sostenevano la struttura. Tonnellate di pietra e cemento sostenute da quattro travi messe in croce.

E poi le tante finestre aperte. Una delle cose più inquietanti che abbia mai visto con i miei occhi.
Decine di finestre aperte su stanze in cui ormai non c’è più nessuno che si possa affacciare, fumare una sigaretta guardando stancamente le vecchiette che camminano con le buste della spesa, o lo studente di corsa con i libri sottobraccio.
Finestre che sembrano occhi spalancati di edifici sofferenti, in punto di morte, increduli nel momento di andarsene.

Due cose, però, mi hanno colpito in modo molto positivo.

La prima, anche se molto strana, è stata della musica in filodiffusione che abbiamo sentito due volte in due vicoli diversi. Premetto, entrambe canzoni di merda da hit radio, ma mi hanno fatto pensare tantissimo alla Overture 1812 di Tchaikovsky che parte nelle strade di Londra in “V per Vendetta” per arrivare a esplodere insieme al palazzo di Giustizia. E spero di poter vedere altrettanta gente per le strade di quella splendida città.

La seconda [JINGLE PUBBLICITARIO] è il ristorante-pizzeria-facciamo un filetto al Montepulciano da sentirsi male “Oro Rosso” di cui ho trovato solo questa versione brutta di una pagina FB. Proprio al centro storico, vicino ad una rotonda e a due passi dallo strano e molto Berlinese auditorium in legno colorato, costruito all’ingresso del Parco del Castello. Si mangia benissimo, c’è un cameriere simpatico quanto sudato e ripeto, quel filetto con crema al Montepulciano era una cosa che vale il viaggio.

Insomma, un weekend che ci voleva, soprattutto per questo weekend.

Sette Gradi Di Una Relazione

La conoscete la teoria dei sei gradi di separazione? Ok, per chi ha vissuto fin ad oggi nel ripostiglio di Brunetta, è la teoria secondo la quale io posso conoscere un’altra qualunque persona nel mondo semplicemente tramite altre quattro persone. Chessò, posso arrivare a Roberto Saviano in cinque mosse, o forse anche meno visto che abito in una zona in cui il più pulito ha la scabbia, ma tant’è.
Ecco, nonostante siamo sette miliardi e tutti diversi, tu che leggi potresti conoscere qualcuno che abita a Civitavecchia. Forte eh?

Insomma, l’altro giorno mentre decidevo se mettermi la cravatta o il cappio, ho pensato che uno schema simile esiste per le relazioni, con un passaggio finale in più. Nonostante si sia innamorati e convinti che sarà per sempre, la maggior parte delle volte una storia finirà in sei punti.
Sempre.

Vi spiego quali.

Incontro

Sono passati mesi dalla tua ultima scopata. Ma che dico scopata, sono passati mesi dall’ultima volta che hai parlato con una donna che non fosse la commessa del Tuodì. Dopo la tua ultima storia, ti sei ripromesso di tutto: basta relazioni serie per un po’, basta donne al di sotto dei 26 anni, basta con quelle viziate, basta basta basta. Hai finalmente raggiunto quell’equilibrio comunque instabile, uscendo però da quella situazione che ti portava un giorno a piangere, ed il giorno dopo a iniettare veleno con lo sguardo. Sei quasi felice.
Poi la incontri.
Magari proprio la sera che ti sei ripromesso di farti una serata facile.
Perché appena la vedi, capisci già che non t’interessa più nulla.

Non ti avevo proprio notato la prima sera.

“Non ti avevo proprio notato la prima sera.”

Approccio

Vi siete guardati. A volte sfiorati. Vi è capitato ancora di vedervi al locale. Lei saluta tutti al bancone, tu poca gente, però è l’occasione per presentarsi. Tu biascichi il tuo nome manco fossi in overdose, lei scandisce ogni lettera del suo manco lavorasse alla Crusca. All’inizio vi ignorate, poi inizia un corteggiamento che il National Geographic ritirerebbe una troupe intenta a riprendere il rarissimo Vermis Giovanardis che dice una cosa giusta, pur di fare un servizio su di voi che schizzate ormoni come in una pubblicità di Hugo Boss.
Tu cominci a girarti sigarette con una mano mentre con l’altra sotto l’ascella intoni “I Can’t Help Falling In Love With You”, nella versione degli UB40.
Lei invece farà capolino con lo sguardo dalla selva delle sue amiche civette, intente a mangiare le budella di un topo, e ti guarderà con gli occhi così illuminati da sembrare uno dei bambini de “Il Villaggio dei Dannati”.

"Dio, già gli succhierei via l'anima."

“Dio, già gli succhierei via l’anima.”

Contatto

Ci siamo.
Dopo le richieste su Facebook, le scambio di mail ed account Twitter, gli hashtag su Instagram e.. ah già, i numeri di telefono, c’è l’appuntamento.
E non parlo di quelli in cui siete entrambi imbarazzati, da “oddio che dico” e sguardi sulle merde per strada pur di non guardare lei.
Parlo di un primo appuntamento a ruota libera, fatto di risate e sguardi che sai già si trasformeranno in scambi di fluidi attraverso modalità più o meno legali.
Un’uscita che sai già diventerà un’entrata.
Vi raccontate tutto quello che il discorso appena chiuso vi fa venire in mente, uno scambio di battute così veloce da far girare la testa agli sceneggiatori di “The Newsroom”.
È lei. È presto, ancora non sei nemmeno sicuro del fatto che abbia davvero una vagina. Ma si sa, nessuno è perfetto.

"Va bene anche se mi dai fuoco nel sonno."

“Va bene anche se mi dai fuoco nel sonno.”

Salita

E non salita faticosa. Ma la salita che fai per arrivare in vetta. Vetta di cui parleremo dopo.
Sono i momenti in cui avete già fatto sesso, amore, bondage e fisting, in cui vi siete raccontati i vostri segreti più nascosti (“e ti giuro, non immaginavo che una testa umana potesse davvero parlare, una volta staccata dal corpo”), in cui ognuno dei due esce anche in compagnia degli amici dell’altro.
Vi sorprendete di quante cose avete in comune: ma va, anche tu trovi INDISPENSABILE respirare?
Quando tu sei in giro e lei ti chiama, cominci a fare le classiche cose da innamorato che sta al telefono: ti allontani dagli amici, ti metti davanti a un muro, poggi il dito su una macchia nella vernice e cominci a far girare il fottuto mondo intorno a quell’indice. Ti bruciasse casa, tu quel dito dal muro non lo leverai fino a quando lei non chiuderà la chiamata.
I tuoi amici intanto si sono già ubriacati, ripresi e sbronzati di nuovo.
Ma anche tu non sei del tutto lucido.


non mi veniva nessuna foto azzeccata, quindi ecco un evergreen

Apice

Eccola, la vetta.

È quando tutto va bene, molto bene. Siete una cosa sola, anche quando non state insieme. La gente vi guarda e muore di dolcezza, i diabetici vengono dimezzati, i cali di zuccheri vengono guariti e vincete il premio Nobel per l’Amore come dei moderni coniugi Curie, ma senza che lei muoia per esposizione alle radiazioni, e lui per una carrozza che gli ha spremuto il cranio.
Siete belli. Vi vedete più belli, in forma, nonostante siate immersi in quell’oceano di cazzi chiamato vita. Lavoro, studio, impegni, responsabilità?

!!SHUT DA FUCK UP!!

Noi siamo innamorati.
Nulla potrà mai scalfirci.
Nulla.

"Ma cosa sarà mai, questo nulla che sento giungere sulla mia nuca?"

“Ma cosa sarà mai, questo nulla che sento giungere sulla mia nuca?”

Discesa

Come la salita non era intesa come negativa, di contro la discesa non è una di quelle da fare coi fiori tra i capelli cantando “Aquarius” e masticando acidi.
Decisamente no.
Diciamo che più come essere infilati in un barile pieno di acciughe morte di varie malattie veneree, sigillato e buttato giù da uno di quei canyon alla Beep Beep.
È che escono fuori i “difetti incrociati”, e cioè tu le fai notare il suo che lei ti fa notare il tuo. Poi entrano in gioco i caratteri, il passato, le situazioni di tutti i giorni.
Insomma, quella che prima era la fabbrica di Willy Wonka ora è la casa di una confraternita dopo la festa di fine anno, ragazza stuprata e piena di Roipnol inclusa.
Non capisci nemmeno come ci siete arrivati, a rinfacciarvi di quando tu hai lasciato il cotton fioc usato nelle lasagne, o di quando lei è uscita una sera tornando due giorni dopo giustificandosi dicendo che c’era una svendita di scarpe a Siena.
È fatta, senti il suolo che si avvicina sempre più veloce.
E vaffanculo lo sapevo che non facevano paracaduti di Hello Kitty.

Però fanno il gioco di Hello Kitty che usa un paracadute. Mind blowing.

Però fanno il gioco di Hello Kitty che usa un paracadute. Mind blowing.

Schianto

BAM!!
Suolo.
Durissimo, granitico suolo.
Ti rialzi, scacci la polvere dai vestiti mentre aspetti che si posi quella alzata dalla caduta.
Per dio non si vede una mazza.

Ma capisci anche senza vedere che lei non c’è più.

Anzi, ora che ci fai caso è passato anche un bel po’ di tempo.
La polvere sta ancora lì, ma sai che tanto prima o poi scenderà.
È questione di fisica, è natura, è la vita.
Da sempre.
E allora prendi delle scatole e ci metti dentro tutto quello che ti servirà in futuro.
Col tempo le aprirai sempre meno, ricordandoti a memoria quello che sai ti sarà utile, per un sorriso come per una riflessione seria.
Col tempo.

E poi oh, col tempo potrai dire che sono passati mesi, dalla tua ultima scopata.

Cose Per Cui Vale La Pena Vivere, O Almeno Alcune


(per chi si chiedesse chi è l’unico che può permettersi di fare liste del genere)

Idee per un racconto su gente ammalata, con il cuore spezzato, che preferisce pensare a quanto farà male stare senza una persona, per evitare di rispondere a domande universali tipo chi siamo? dove andiamo? chi è l’ultimo per il dottore?

No, devo essere ottimista. Le cose.. le cose per cui vale la pena vivere. Ce ne saranno di cose, che non siano solo scegliere l’alcolico col quale affogare la tristezza. Ma cosa? Beh, per me.. sicuramente le tette. Piccole e belle, possibilmente. L’amore incondizionato di una donna, foss’anche solo per una notte. Il tramonto, ma soprattutto il tramonto di Malagrotta, così bello che è impossibile che non siano i fumi della discarica a renderlo unico. E anche le albe, anche se ne ho viste sempre troppe poche, e me ne ricordo anche meno.

Poi ci metto anche il veder crescere bene mio fratello: bello, intelligente, molto maturo per la sua età, ma sempre pieno di quell’ingenuità di un (quasi) diciassettenne. Guardare i miei genitori e capire che se non fosse stato per loro, spesso ti saresti perso. E non solo da bambino, in strada.

I miei amici. Uh, se ci metto i miei amici. Che nonostante tutto stanno sempre, sempre lì. Anche quando non ci sono e li vorresti con te.

True Love Will Find You In The End“, e quel the light, the light.. di una bellissima, infinita tristezza.

Poi i Led Zeppelin ed i riff di Keith Richards. I RHCP. Bach. La Marcia di Radetzky. La prima volta che senti una canzone, e te ne innamori. Le canzoni tristi. I film, tristi. Le nuvole che sembrano enormi ammassi di panna montata.

Cercare le forme nelle nuvole.

Il White Russian, ma fatto come cazzo comanda. L’odore della pioggia in arrivo, quello dell’asfalto bagnato subito dopo, quello dolciastro dell’erba appena tagliata, il profumo del pane appena sfornato (sì, nonostante sia celiaco. anzi, a maggior ragione). L’odore improvviso di un fuoco controllato nei campi, quello del caffè.

Il suo profumo che rimane sui vestiti, sui cuscini, nell’aria.

Breaking Bad, Lost, The Shield, 24, New Girl, tutti i film del buon Allen, quelli con Jim Carrey, non proprio tutti tutti ma “Eternal Sunshine..” cristoddio sì. I monologhi di Gramellini, e quelli di Paolini.

Quella foto.

Quel quadro bellissimo di cui non ricordo autore né titolo, che c’era alla Berlinische Galerie, con tutti quei personaggi dipinti così bene e fin nei minimi dettagli, che sembrava di osservare quattro frame di un video. Immobili, ma in movimento.

Quelle Domeniche in cui ti svegli e non sei solo, che passi in pigiama a fare l’amore e a fumare sigarette, e a chiedersi perché? e sbattersene della risposta.

Togliersi la soddisfazione di finirla qui, pur avendo mille altre cose da mettere.