Tre Secondi, Il Tempo Di Dire “Anche No”

Tic Tac.
Dodici per l’esattezza.
E non intendo ventiquattro secondi.

Ma proprio dodici Tic Tac, di quelle miste, mela-arancia-banana-susina-fragola.
O almeno ti dico essere state dodici, quelle caramelline che mi facevano l’alito hawaiano e che mi hanno permesso di baciarti senza preoccuparmi del fantasma di quattro gillèmmon ed un tre once di idroponica fattincasa che si dibatteva dietro quella coltre fruttata.

Musica reggae che pompa anche fin troppo forte per il nonno seduto in veranda che dondola dentro di me. Il mio corpo che ondeggia senza cadere solo grazie ad un mix di forza di gravità e vibrazioni dei bassi.
Ti vedo con la coda dell’occhio: molto bassa, molto riccia e molto “sbattimi forte ma parliamo anche dell’ultimo di Wes Anderson”.
Scatti foto ad un tizio alla mia destra, che però all’ultimo si sposta ed il flash mi becca con un’espressione in volto tra il sorpreso, il “oh mio dove sono?!” ed uno che sogna fisso un letto autoriscaldato in una stanza di privazione sensoriale per le successive otto barra nove settimane.

Obama_What

Guardi la foto sul telefono, poi guardi me e scoppi a ridere.

In un secondo ti sono addosso, ti prendo per i fianchi e ti sollevo.
Tu non opponi resistenza, anzi. Ti aggrappi con braccia e gambe come un koala sotto emmedì e cominciamo a scambiarci più fluidi di quanti se ne vedano in un porno brutto. Mi guardi e ridi.
“Che c’è?”
“Hai l’alito che profuma di frutta!!”
“Ho appena mangiato dodici Tic Tac!! Ti da fastidio?”
“Macché!! Anzi!! Profuma di Hawaii!!”
“Ma dwai?”
Se rimane aggrappata dopo ‘sta stronzata me la sposo, se scappa fa bene.
Rimani.
Ok. Da domani soldi da parte per il gran giorno. Ma per il momento.. limonare duro.

Dopo tre ore siamo a casa tua, scampati per miracolo ad un posto di blocco, tre elicotteri dell’FBI ed agli attacchini di cacca pound.
Dopo dieci minuti nemmeno provo a dirti che non mi è mai successo, perché sarebbe una cazzata e già so che, anche se per una notte, di cazzate non voglio dirtene. Tu ridi, poi sorridi, mi guardi con quegli occhi che non so e fai per ricominciare.
E.. oh, se ricominciamo.
Dopo altre quattro volte te lo dico, che non mi è mai successo.

Ridiamo.
Fuori fa luce, e pure dentro di noi.

L'unica altra alba che mi piace vedere.

L’unica altra alba che mi piace vedere.

Dopo tre mesi entri in camera mia con addosso solo la mia maglietta con il faccione fatto di Super Mario, con annessa canna in bocca e la scritta “Wiid” a caratteri Nintendo. Tazza di caffè fumante in mano. Taglio di sole sulle cosce.
Dea.
Torni sotto le coperte, poggi la testa sul mio petto e la mano con la tazza sul piumone.
“Ti amo”, mi fai.
Cuore out of orecchie.
“Anch’io”, ti faccio.
Guardo la tua nuca e sento il tuo sorriso.
Benessere.

Hipsterismi.

Hipsterismi.

Dopo tre anni siamo a casa dei tuoi amici.
Nelle ultime settimane siamo tesi, tu sempre presa dal tuo correre di casa d’altri in casa d’altri per arredarle, io a sbattermi tra il secondo libro da far uscire ed il trasloco da te.
I progetti si sono ammucchiati da una parte, tutti e due troppo presi da noi stessi senza riuscire però a dirselo in faccia, ad ammetterlo ed andare avanti da soli.
Stasera però siamo tranquilli, senza forzature ci facciamo trasportare in chiacchiere sul perché non siamo scappati tutti quando potevamo farlo. Poi ci accorgiamo di suonare vecchi e per sorridere degli anni che scorrono cominciamo a parlare di quando, come coppie, ci siamo conosciuti.
Iniziano loro con il volo perso per Londra, il caffè di lei, presa in una telefonata col capo per giustificarsi, versato addosso a lui, nervoso nel mandare mail per posticipare la riunione col marketing. Da lì le scuse, le risate, le cene per finire con una splendida casa e due pesti che in quel momento erano nascosti sotto il tavolo a sentire gli adulti.
Risate, “uccheccarini”, silenzio.
Tocca a noi.

Dopo tre ore siamo da te.
Mi lanci addosso di tutto, dai vestiti ai libri di Pessoa alla lampada a forma di chitarra ad altri vestiti, però sporchi.
“Per tutti questi tre anni mi hai mentito? PER TRE ANNI?”
“Tesoro, non credo che possa essere chiamato mentir..”
“Zitto cazzo!! ZITTO!! Sparisci, prendi la tua merda e sparisci PERDIOCAZZOMMERDA!!”

Dopo tre minuti mi ritrovo fuori dalla tua porta, cercando di capire le tre seguenti cose:

– cosa starà pensando la signora Pulletti, la tua vicina, che crede io non la veda ma i suoi capelli bianchi quasi celesti che spuntano dalla sua porta socchiusa si vedono eccome;
perdiocazzommerda? che straminchia significa?
– davvero l’ha fatta finita perché ho mentito sul numero di Tic Tac che avevo mangiato la sera che ci siamo incontrati?

Cioè, le dissi dodici, ma saranno state, tiè, tre. Ma non puoi lasciarmi dopo tre anni per questo, non dopo che ho pronti i miei quattro stracci chiusi in scatoloni pronti per essere portati da te.
No, cristo.

Guarda qui.

Guarda qui.

Ti vedo con la coda dell’occhio: molto bassa, molto riccia e molto “sbattimi forte ma parliamo anche dell’ultimo di Wes Anderson.
Scatti foto ad un tizio alla mia destra, che però all’ultimo si sposta ed il flash mi becca con un’espressione in volto tra il sorpreso, il “oh mio dove sono?!” ed uno che sogna fisso un letto autoriscaldato in una stanza di privazione sensoriale per le successive otto barra nove settimane.

Guardi la foto sul telefono, poi guardi me e scoppi a ridere.

Cazzo ridi, stronza ingrata?

Mi giro verso gli altri e chiedo, nell’ordine

cartina
filtro
sigaretta

che il resto ce l’ho io.

Mi giro di nuovo verso di te e non ci sei più.
Meglio così.
Saremmo stati male ebbasta.
Saremmo arrivati a pensare di aver buttato tre anni.

E invece io ho buttato solo tre secondi per immaginarmi tutto, per poi tornare a farmi sturare le orecchie da questi bassi troppo bassi, e ‘sti alti che non durano mai più di tanto.

Abruzzo: Un Weekend Che Ci Voleva

"Foto che non c'entra Gnente", Ponte Galeria, (poco fuori) Roma.

“Foto che non c’entra Gnente”, Ponte Galeria, (poco fuori) Roma.

Tre giorni di montagne e nuvole, foglie secche e grappa, tavole sempre piene e camini che a starci davanti avrebbe problemi anche Vulcano.

Un mix tra “Stand By Me” e “Il Grande Freddo”, ma senza cadaveri nei boschi o essere amici da una vita. Non tutti, almeno. Iniziare stringendosi la mano e cercando in tutti i modi di non dimenticarsi il nome dell’altro, per finire abbracciati tra un “è stato un piacere” ed i mille “ribecchiamoci a Roma”.
Ed allo stesso tempi condividere risate che non ti facevi e non facevi fare ai tuoi amici di sempre, con un buonumore che da qualche settimana avevi detto “lo metto qui che così me lo ricordo” e che ovviamente non trovavi più ma che all’improvviso BAM! eccolo e senti che bello, tiene quasi caldo qui in montagna.

Una camminata in un bosco che aspettavi da tempo senza cercarla, quei silenzi di sottofondo e quei rumori improvvisi, secchi. Ricci che ti cadono sulle spalle sfiorandoti la testa mentre ti fai una foto, quasi a volerti sgridare per le tue distrazioni da uomo di città.
La legna da raccogliere, tronchi caduti a fare da leva e ancora tante risate, tagli sui pollici, la pioggia che ti sorprende nell’unico momento di relax, quello fatto di panini e vino e racconti. E poi quelle stronzate che ti illuminano il cervello e che ti fanno capire come l’uomo, pur di faticare di meno, se ne inventerebbe di ogni.

Lo zaino porta legno porta legna. Brevetto, please.

Lo zaino porta legno porta legna. Brevetto, please.

E dopo due giorni di tutto questo e molto altro, due tappe così pesanti che al giro d’Italia sarebbero quelle da centoventi chilometri di salita con pendenza al novantaquattro percento.
La seconda è L’Aquila.

Non c’ero mai stato, all’Aquila, né prima né dopo quella notte. E soprattutto dopo mi ero ripromesso di andarci ed invece eccomi lì, ieri, per la prima volta.
Era sera, buio, con pioggia leggera ma così fitta che è facile immaginare l’acqua infiltrarsi nelle crepe. Crepe che sono ovunque, e sono tutte enormi. Ed anche loro si possono tranquillamente paragonare a delle enormi cicatrici.
Ed i punti per provare a richiuderle sono tanti, diversi, ma che a poco sembrano servire. Sembrano sacchi stracolmi di macerie che qualcuno ha provato a chiudere con il filo da cucire.

Camminando per le strade, i vicoli, mi ha colpito l’odore di legna, quello classico della segatura e delle falegnamerie. All’inizio non capivo da dove arrivasse: intorno a noi c’erano solo piccoli cumuli di calcinacci, impalcature in ferro che amplificavano il rumore delle gocce di pioggia tanto da farle sembrare i passi di un qualche mostro nascosto nel buio, e tanto silenzio. Poi ho collegato: praticamente tutte le porte, soprattutto quelle ad arco, avevano delle strutture in travi di legno che ne sostenevano la struttura. Tonnellate di pietra e cemento sostenute da quattro travi messe in croce.

E poi le tante finestre aperte. Una delle cose più inquietanti che abbia mai visto con i miei occhi.
Decine di finestre aperte su stanze in cui ormai non c’è più nessuno che si possa affacciare, fumare una sigaretta guardando stancamente le vecchiette che camminano con le buste della spesa, o lo studente di corsa con i libri sottobraccio.
Finestre che sembrano occhi spalancati di edifici sofferenti, in punto di morte, increduli nel momento di andarsene.

Due cose, però, mi hanno colpito in modo molto positivo.

La prima, anche se molto strana, è stata della musica in filodiffusione che abbiamo sentito due volte in due vicoli diversi. Premetto, entrambe canzoni di merda da hit radio, ma mi hanno fatto pensare tantissimo alla Overture 1812 di Tchaikovsky che parte nelle strade di Londra in “V per Vendetta” per arrivare a esplodere insieme al palazzo di Giustizia. E spero di poter vedere altrettanta gente per le strade di quella splendida città.

La seconda [JINGLE PUBBLICITARIO] è il ristorante-pizzeria-facciamo un filetto al Montepulciano da sentirsi male “Oro Rosso” di cui ho trovato solo questa versione brutta di una pagina FB. Proprio al centro storico, vicino ad una rotonda e a due passi dallo strano e molto Berlinese auditorium in legno colorato, costruito all’ingresso del Parco del Castello. Si mangia benissimo, c’è un cameriere simpatico quanto sudato e ripeto, quel filetto con crema al Montepulciano era una cosa che vale il viaggio.

Insomma, un weekend che ci voleva, soprattutto per questo weekend.

Nel Bene E Nel Mare

“Che io in Germania non potrei mai andare a vivere. Parliamoci chiaro, in Italia abbiamo il clima mite, il buon cibo. E poi i posti da vedere, i monumenti, la cultura, la storia. Cazzo il mare!! Abbiamo il mare!!”.

Allora, tralasciamo per qualche riga la questione mare, che affronteremo brevemente ma di testa. Quello all’inizio è il mattone classico che l’italiano ti propina tornando dalla Germania (o come dalla Gran Bretagna, dalla Francia e così via), o rispondendoti dopo avergli detto che pensi di trasferirti. Solitamente chi dice questa sfilza di cliché che nemmeno tua nonna quando ti ammoniva di “copritte li reni” sta seduto al gate di Schoenefeld con la felpa della FIAT e sotto la maglietta “I ♥ Berlin”, occhiali da sole Prada falsi come Pannella e panino con prosciutto da 12€ all’etto preso al Kadewe. Parla come se la Germania fosse stata scoperta l’altro ieri da esploratori napoletani con le Hogan.
Il concetto che il venditore abusivo di birre alla sagre tenta di esprimere con frasi prese dal calendario di padre pio, tra un morso al panino ed una ravanata di pacco, non sarebbe nemmeno troppo esagerato, almeno per quanto riguarda il binomio clima-cibo. A Berlino, perché lì sono stato e di questo parlo, si passa dal “freddino oggi” al “ti prego pisciami addosso”. Anche il cibo non è che sia eccellente: preferisco una singola mozzarella ovolina ad una dieta basata esclusivamente su stinco di porco affogato in lardo umano con contorno di cipolle e crauti.
Ma ci si abitua a tutto no? Per i vego-vegetariani noi non dovremmo essere predisposti a mangiare carne e invece guarda quanto sangue mi cola sul mento.
La cultura vabbè, a un certo punto cheppalle le rovine: a Berlino potresti girare per musei e gallerie e studi d’arte per giorni senza dormire e ancora non avresti nemmeno iniziato.

Ma arriviamo al mare, perché è qui che voglio andare a parare. La rovina dell’Italia, oltre agli italiani stessi, è proprio il mare. Il nostro mare, insieme alle sue spiagge, sono il più grosso cesso a cielo aperto che si possa immaginare. Peggio di quella fiumana di gente che ogni anno si “purifica” nel Gange.
Parlo nello specifico del Salento, che conosco bene ormai ma ne parlo soprattutto perché altrimenti certa gente mi accusa di parlare di cose che non conosco solo perché non lo prendo al culo. Come loro. Ma vabbè, sto divagando.
Voi in Salento venite quelle due settimane al massimo dove correte da Otranto a Santa Maria di Leuca, con tappe nei vari locali più o meno chiccosi del cazzo. “Ma che mare, ma altro che [Sicilia, Sardegna, Caraibi], GUARDACHEMMARECAZZOOOOO!!”, o “ma costa pochissimo questo Mojito fatto col rum dell’Eurospin” sono le frasi tipiche da dire in circostanze salentine.

E via che migliaia di famiglie urlanti e senza dio si riversano con i loro materassini, le loro parmigiane e la loro innata, italianissima maleducazione. Mamme che chiamano i loro figli manco fossero la Magnani prima di essere sparata, vecchi catarrosi che giocano a racchettoni con la pallina che regolarmente finisce più sui tuoi coglioniche in aria tra di loro, cellulari usati come stereo con ancora sparata a palla quella merda infinita di “mossa mossa” che spero quel cretino sia finito in coma per abuso di fisarmonica.
Cicche, bottiglie, carta: tutto in spiaggia, però stasera andiamo alla sagra ecologica che fanno la differenziata.
In questo esatto momento sono a Punta della Suina.
Vi linko quello che trovereste cercandola sulle immagini di Google. Via aspetto qui.
Pronti?

Via.

Fatto?
Bella vero? “Che mare eh? Altro che  [Sicilia, Sardegna, Caraibi], guarda che sabbia dioooooomiooooo!!”.
Bene, adesso guardate qui:

Che spettacolo.

Che spettacolo.

Che mare eh?

Nel caso servisse la cassetta per il pesce che non pescherete.

No dico: guarda che bello.

No dico: guarda che bello. Nel caso affogassi nella sabbia.

Bello vero?
“Eh ma quella è roba da mareggiata, che vuoi farci?”.
Ci faccio che ho pagato cinque euro per il parcheggio, e mi aspetto che qualcuno levi la merda che comunque, qualcun altro, in mare ha buttato. Perché mentre qui vicino allo stabilimento privato è così pulito che manco in ospedale, io sono vicino a così tanta plastica che se la sciolgo faccio il pieno ad una nave mercantile per i prossimi sei mesi.

Il mare, in Italia, è il male.
È il posto dove la feccia maleducata di città viene a fare le stesse cose che fa a casa sua: sporcare, dare fastidio, farsi vedere. A discapito del prossimo più vicino, che sia quello d’ombrellone o quello di casa vacanza.
Se non ci fosse il mare, forse occuperemo il nostro tempo a rivalutare città che solitamente ignoriamo. Come la nostra, per esempio. Potremmo andare in musei che di solito usiamo solo come riparo dalla pioggia, ci godremmo di più scorci ed angoli che solitamente ignoriamo, magari anche impegnandoci a rivalutarli ed a renderli più belli.

E invece no, tutti al mare.
Guarda qui, altro che Germania.

Monotonia

Jacopo.

Jacopo è uno come tanti. Ha 27 anni e come molti, forse troppi, non ha un lavoro. E come molti, ma forse non troppi, non ha una laurea. L’ultimo vero impiego l’ha lasciato lui, con grande sorpresa di tutti. Dopo quasi quattro anni è scappato da un call center, con un contratto a tempo indeterminato e mille euro al mese. Una follia, in un 2011 in piena crisi economica e sociale, una tempesta che abbatte tutto quello che trova. Lì la crisi c’era, ma interna, diversa. Poteva sicuramente tenere duro, ma le troppe notti insonni, il bruciore di stomaco che lo svegliava ormai da mesi ed una dirigenza disastrosa, quando non assente, lo portano a mollare tutto. Dimissioni, e via verso un futuro che dura un giorno, tutti i giorni.

Per mesi Jacopo se la cava: un minimo di sussidio lo percepisce, si gode un più che meritata vacanza in camper con gli amici e la compagnia di una ragazza.
Poi affronta il ritorno a Roma, una città che diventa ogni giorno sempre più difficile da capire, da vivere. Il sussidio finisce, le donne passano, e la pressione lo schiaccia sempre di più. Lo chiamano per dei colloqui, sempre nell’ambito delle comunicazioni. Alcuni sono senza speranza fin dall’inizio, altri si protraggono per settimane per finire in una bolla di sapone. Settimane appeso ad un telefono che non squilla mai.

Quando Jacopo decide che non ce la fa più, approfitta della sua famiglia divisa per andare in Salento dove la madre ed il fratello più piccolo quasi si sono dimenticati la sua faccia. Ne ha bisogno: la capitale ormai è in mano a fascisti più o meno eletti, gli amici sono sempre amici ma con altro per la testa e la sua, di testa, non riesce più a ragionare come prima. E quindi parte.
Arrivato in Salento, Jacopo rinasce: vuoi la cucina di mamma, vuoi l’orgoglio di veder crescere splendidamente il fratello, vuoi le facce accoglienti e sorridenti della gente del posto.. insomma Jacopo sorride di nuovo.
E dopo un po’ trova anche un lavoro. Giusto per tenersi impegnato, ma sono soldi. E visto che non li ha..
Si tratta di accoglienza in un lido di lusso: deve solo stare dentro un gabbiotto, dire si a gente ricca e stare attento che non si sovrappongano abbonamenti e prenotazioni dei lettini. Questa è gente che paga, che non ha mai lavorato e che si lamenta facilmente. Jacopo già sa che dei suoi princìpi dovrà fare un bel rotolo e metterseli proprio lì.

Ma non credeva che quel rotolo potesse diventare così grande.

Anziché stare in affiancamento a chi dovrà poi sostituire per evitare di avere (e creare) problemi, dopo tre giorni Jacopo ha: svuotato più volte i posacenere di tutti lo stabilimento; tolto i sacchi dell’immondizia (pieni senza criterio di carta, plastica ed umido tutti insieme) per portarli in strada in attesa del camion; messo i sacchi nuovi; ha caricato e scaricato casse su casse di liquori e champagne; ha aiutato un collega a sistemare un filo immerso nella fogna del lido, senza mascherina; si è massacrato i piedi di vesciche e calli che ancora oggi, dopo un mese, non scompaiono; visto una cameriera sentirsi male per il caldo perché assegnata alla pedana assolata nonostante si sapesse di suoi problemi al cuore; ha sorvegliato i bagnanti (in pratica ha fatto il bagnino) nonostante la mareggiata e la bandiera rossa, solo perché i clienti erano incazzati per il fatto di non poter entrare in acqua, e quando si è rifiutato per paura di vedere gente farsi male è anche stato etichettato come “polemico”; è stato chiamato Giuseppe per i primi tre giorni perché la cocaina parlava al posto dei padroni del lido; è stato chiamato col fischio da un cliente; ha subito quotidianamente sfoghi di trentenni viziati, sfociati in un “tu non sai chi sono io” solo perché ha chiesto, come era previsto in quel caso, uno spostamento di lettino.
Il tutto gli ha impedito, ovviamente, di fare il lavoro per cui era stato chiamato, con risultati disastrosi nel momento in cui è rimasto solo, senza più “tutor”. E per Jacopo sbagliare sul lavoro è una cosa terribile, per cui si è sempre sentito in colpa.

Ma soprattutto, Jacopo ha visto ragazzi sfruttati fino al midollo, è stato pagato con 30 euro al giorno per (minimo) undici ore di lavoro senza mai aver firmato un foglio, ha visto dichiarati 90 euro su oltre 1000 di incasso. In un giorno. Solo di lettini. E quel posto ha anche un bar ed un ristorante.

Alla fine Jacopo si è tolto il rotolo di principi dal didietro e se n’è andato, perché le crisi di pianto e le notti insonni le aveva già affrontate, perché i conati di vomito e la paura di svegliarsi la mattina (sempre che avesse dormito) gli erano già venuti.

E quando pensa che c’è stato chi ha detto che il posto fisso è monotono, ride. Di un riso amaro, perché di contro pensa a quanti Jacopo tutti i giorni affrontano le stesse cose.
E per quanto sa di essere stato fin troppo perseverante, si sente quasi in colpa a lamentarsi. Ma Jacopo è uno come tanti che il lavoro lo trova, a volte, ed è così poco monotono che lo lascia.
E che per il lavoro, adesso, deve di nuovo cambiare vita, e tornare lì da dove era scappato.

Tutto quello che avete letto è vero. Verissimo. Non faccio nomi perché di posti come questo, purtroppo, ne è piena l’Italia. Spero solo che tutti gli Jacopo che esistono, che vivono questa situazione lavorativa che sfiora lo schiavismo, possano un giorno trovare la loro strada solo grazie al merito ed all’impegno. Un impegno che venga riconosciuto, pagato e tassato.

Spero.

Norway Road Trippin’ – Ultimo Quarto – Di Copenaghen, Scelte E Fette Di Torta

Qualcosa all’orizzonte.
Copenaghen.
Quanto ti costerebbe mollare tutto? Cosa ci perderesti, e quanto invece potresti guadagnarci nel dare un abbraccio sincero a quelle poche persone che hanno contato qualcosa nella tua vita e dir loro arrivederci?
Non lo so, ma ci penso, e tanto.
Ore passate a viaggiare, a guardare fuori da un finestrino ti costringono a pensare.
Anche se non vuoi.
Pensi a tante cose, a quanto ti è costato fare alcune scelte in passato, a cosa hai perso e a quanto poco hai guadagnato.
La tua è una vita di facciata, e lo sai. Stai bene perché ti sta bene.
Hai amato con tutto te stesso, hai dato tanto, spesso ricevendo altrettanto, hai persone che ti vogliono bene ed una famiglia che c’è, anche se non c’è.
Ma comunque fingi, comunque non stai bene.
Eternamente insoddisfatto.
Non l’ho mai letto, ma c’è chi mi paragona sempre a “Il giovane Holden”.
Ho il cuore sempre pieno, ma al momento sbagliato, con le persone sbagliate, nel posto sbagliato.
Punto.
Ma se ci fosse quel pulsante reset, quel grosso pulsante rosso protetto da una piccola teca di vetro, magari con dei pulsanti che ti permetterebbero anche di scegliere la data.. lo premeresti? Cancelleresti davvero, non so, 4 anni della tua vita per aggrapparti a quello che hai perso e che non sai cosa, come sarebbe stato?
È difficile come scelta, vero?
Siete soddisfatti della vostra vita? Le scelte che avete fatto, dal prendere quel filone in più dal fornaio l’altro giorno che se adesso lo tirate a terra arrivate in Cina, fino allo sposarvi.. vi hanno soddisfatto?
Ma questo è solo uno stupido gioco per farvi dire a voi cosa non va, mentre io mi dileguo. La mossa Kansas City.
Io sono contento a tratti. La felicità mi annoia. La felicità in sè è noiosa: tutti quegli abbracci, quei sorrisi, quel conto in banca sempre paro, quei vasi in balcone sempre curato, l’aperitivo assicurato due volte a settimana e la corsetta a Villa Pamphili. Ma davvero vi basta tutto questo?
Io ora ho circa cinquecento euro di buffi con i miei amici per questa vacanza che -ehi!!- non è ancora finita, non ho un lavoro e l’unica proposta che mi è arrivata è di tornare in cuffia in un altra fossa dei leoni (no grazie), ogni canzone che il mio iPod passa sembra ricordarmi che ogni schiaffo preso è stato meritato e dovuto, non scriverò mai nulla che possa passare sotto la forma di un libro, cerco sempre di ributtarmi in qualcosa che è stato e che non potrà mai più essere, ed ho una tremenda, terribile, fottutissima paura di dare un abbraccio sincero a quelle poche persone che hanno contato qualcosa nella mia vita e dir loro arrivederci.
Ma adesso mi son fermato, e penso che a casa mi aspetta un persona speciale, qualcuno che le mie fobie, paure, ansie e voglia di solitudine le accetta. Ed io ancora non me ne rendo conto, perché non sono abituato ad una persona che ti dice “fai ciò che vuoi” sapendo che hai bisogno di stare una sera da solo. Una persona che mi vuole un bene tanto, ed io di contro.
Che sa quanto sia difficile per me, ora, dare. E che lo accetta.
Ed io nemmeno mi rendo conto di quanto questo sia straordinariamente bello.
So che non devo tirare troppo la corda ma so che posso chiedere, senza dover dare. Ho qualcuno, accanto a me, che mi accetta per quello che sono, e non solo per quello che sembro o sono sembrato.
Che a sbagliare son bravi tutti, ma a capire le persone ci riescono in pochi.
E magari, dietro a messaggi frettolosi, strade sfocate fuori da un finestrino, lacrime solitarie e scienziati che vogliono ricominciare dall’inizio, dietro a tutte queste e mille altre cose, magari una fetta di felicità la trovo tagliata pure per me.

Norway Road Trippin’ – Parte Tre – Di Balene, Porti e Finte Interviste A Me Stesso

Vedete quel puntino al centro?
No?
Bene, quella è la coda della balena.

[Abbiamo visto una balena. Ho le prove.
Le foto son venute male, nel senso che era troppo lontana per farle una foto.
Ma l’abbiamo vista.
Quando l’operaio che ci ha fermato per far passare altra macchine ci ha detto di averla vista passare nell’insenatura che si vedeva dalla strada, e che stava andando nella nostra stessa direzione, non gli abbiamo creduto.
E invece c’era.
Ed è stata una cosa davvero emozionante.]

Tromsø, dove potresti annoiarti ma alla fine ti diverti.
Tromsø è un isoletta che si pronuncia con la “ou” finale, ma non è che diventa “Tromsou”, la o e la u devono quasi unirsi ma rimanendo staccate, come un dittongo a metà, che ti fa lasciare la bocca aperta come un pesce lesso.
È un porto di mare, dove le navi mercantili rimangono ormeggiate giorni, dove la puzza di mare arriva ovunque appena il vento soffia verso la città, forse anche sulle collinette da dove tutte le case più colorate e graziose si affacciano come a voler controllare che sotto vada tutto bene. Il panorama di fronte la città è un misto di montagne con ghiacciai perenni, il ponte che collega terra a isola, qualche capannone industriale ed una chiesa inutilmente enorme e fintamente moderna: un incastro di triangoli bianchi uno dietro all’altro, con una gigantesca croce sul davanti, quasi a voler sostenere tutto l’edificio. Cristiani, valli a capire.
Insomma, sembra un paesino americano da film in cui tutti si conoscono, con falegnami che guidano pick-up e ragazzi che si ribellano agli stereotipi della società con due piercing e mezza testa rasata e mezza viola, ma con gli abitanti di una città di medie-grandi dimensioni, dove la vita si svolge intorno al centro commerciale, un piccolo giardino ed i troppi pub.
Uno si potrebbe tranquillamente annoiare, cullato dal mare e la birra.
Solo che ieri era il primo giorno di un evento lungo undici giorni, in cui gli studenti di Tromsø e dintorni si riuniscono per ubriacarsi e ballare -considerando comunque che la prima delle due attività è molto in voga sempre- e quindi la situazione era molto, ma molto più fattibile. Oltre al fatto che le cose, in questo caso birre o cocktails,  costano l’ira di Buddha (come dappertutto in Scandinavia, con un’inflazione che fa più su e giù ogni giorno di quanto il sangue sale e scende nella testa di Sgarbi), i ragazzi sanno divertirsi: discoteca gratis, d(onna)j con batterista live e due tizie assurde in maschera a ballare sul palco, negri folli che sembrano Steve di “Otto sotto un tetto” che ti ballano intorno, e poi lui, Cristopher, il salvatore di cinque disperati perché.. vabbé ne parliamo a voce, del perché. Diciamo solo che il rapporto qualità prezzo è andato più che bene, ed in più ci ha illuminato con un discorso sul perché in Norvegia tutto costa molto: perché c’è la crisi. “Ma va?”, direte voi? Lo so, ma sentirlo da un Tromsiano ubriaco ed amichevole è stato come se fosse la prima volta.
Reminder: se passate da Tromsø, indossate un cappello ed incontrate una certa Kaisa (credo si scriva così), una tipina capelli corti sul rosso ed occhi azzurri, tutta pepe ed alcol, smilza ed agile come una gazzella.. statele lontani. Tenterà di rubarvelo per indossarlo, per poi scappare a gambe levate se tentate di riprenderlo. Il tutto causato dal fatto che ci siam lasciati convincere a fare un “massaggio a catena”, che consiste nello stare seduti per terra uno dietro l’altro e massaggiare le spalle di quello davanti, mentre a te le massaggia quello dietro. Ovviamente, a me è capitato Checco dietro ed il Vin Diesel norvegese davanti, che si è anche girato ed in italiano mi ha gridato “Va bene!!”, riferendosi al massaggio.
La cosa mi ha preoccupato non poco.
Però è grazie a Kaisa se abbiamo capito cos’era questa specie di folla di ragazzi che venivano a frotte con gli autobus, e come si pronuncia Tromsø rimanendo con la faccia da pesce lesso.

“Come  procede la ricostruzione?”, chiede il giornalista immaginario che siede di fronte a me sul camper, posando il registratore sul tavolo dopo avere premuto REC.
“Devo dire bene, poca fa sono giunto ad una piccola conclusione: forse mi piace vivere vivere nel passato, immaginare situazioni future con esperienze però già vissute, perché così mi sento più sicuro. Guardarmi indietro, magari pensare ad errori fatti tanto, troppo tempo fa, e a come poterli correggere ora, è folle.
Folle.
Ma sicuro.
Solo che si tratta di una falsa sicurezza: come si fa volersi creare un futuro, se si pensa al passato? È come voler fare retromarcia per andare avanti.
Quindi ho già qualcosa su cui lavorare.
Si possono buttare le fondamenta. Piano piano, senza fretta.
Per costruire case buone e che durino nel tempo, ce ne vuole.”

(adoro come “For What It’s Worth” di Buffalo Springfield sia divisa perfettamente in due, specialmente se ascoltata con le cuffie. Lui che ti canta a sinistra, e la base ed il coro a destra. Bello.)

[e quello stralcio di nuvola attaccato alla montagna, rimasto indietro per osservarci, o forse perché voleva solo stare un po’ da solo]

Norway Road Trippin’ – Parte Due – La Schizofrenia

Di seguito, un chiaro esempio di schizofrenia da viaggio.
A voi.
Scrivere stando letteralmente tra i piedi della gente.
Prima settimana appena scoccata, direzione Rovaniemi.
Siamo appena ripartiti dal paradiso messo in terra -Svedese-. Appena arrivati abbiam pensato ad un’altra baraccopoli sul genere di quelle appena viste in zona Stoccolma e poco dopo: prato aperto, colonnine e poche roulotte/camper. Ma appena parlato con la ragazza alla reception, ed aver capito quindi che era davvero attrezzato per tutto, anche per darti un bellissimo ambiente. Un lago mozzafiato di fronte, pace, bagni e docce su tutti visto che puzzavamo come se avessimo passato gli ultimi due giorni nella Gora dell’eterno fetore.
Il tutto condito da un’ottima cena, una finta pescata al buio che proprio buio non è, con il sole che comunque più di tanto non scompare ed una luna piena da brividi alle spalle.
E siamo arrivati in quest’oasi dopo un giorno di viaggio da Stoccolma, in cui abbiamo passato due stanchi ma comunque pieni giorni di camminate, passeggiate, ponti e cuori sciolti negli occhi di quel dono chiamato femmina del nord europa.
Bela Stoccolma, movimentata nonostante lo scandire del tempo Scandinavo, fatto negozi chiusi presto e cene altrettanto pomeridiane. Belle le chiese, con i campanile che sembrano volersi sfidare tra loro per il più alto ed ornato, con le punte verdi rame e segnavento in ottone così chiaro da sembrare oro. Di sera poi ti trovi immerso in questi mille riflessi di sole sul mare, le finestre, le mille barche ormeggiate, quel dono chiamato femmina del nord europa -no non c’entra nulla, ma è difficile togliersele dalla testa-.
Insomma, un posto da vedere, come i mille che sfioro appena da questo finestrino che si affaccia su decine di laghi enormi, con sulla riva case bianche, rosse, blu tutte in legno e con la loro punta ordinata, rigorosamente bianca, sui tappetini elastici in praticamente ogni giardino, sulle poche poche macchine e sulle tante bici, su posti che definire “da cartolina” sarebbe riduttivo, quasi blasfemo. Che fa quasi paura a pensare di abitarci, passare dall’essere sempre e perennemente raggiungibili, in un mondo caotico e cattivo, ad uno in cui l’isolamento è all’ordine del giorno, ma in cui si respira, si vive, si pensa con calma, senza cellulari che squillano o notifiche che si sommano.
E si viaggia con il buon Cash in sottofondo, che con le sue parole spesso cupe un po’ contrasta con la tranquillità di quello che scorre dietro il mio finestrino.
E pensare che oggi è 12 Agosto, che ci sarebbe stato qualcosa da festeggiare, e che per la prima volta dopo anni sono lontano al freddo invece che a morirmi di caldo, non m’intristisce.
Anzi, che possa essere un nuovo inizio.
Dopo Capo Nord.
Questi posti ti aprono l’anima. Tu non sei nulla, noi non siamo nulla. Tutte le cose che facciamo tutti i giorni, che ci invorticano in una routine che non ci piace, lo sappiamo che non ci piace, ne siamo consapevoli. E non è solo l’aria di vacanza che respiro da un mese e poco più, non è l’atmosfera di nullafacenza che mi circonda che mi fa pensare questo. Sarà invece il libro di Fabio Volo che rileggo per la terza volta e che tutte le volte sembra inquadrare il momento che sto vivendo mentre scorro le pagine, e la cosa un po’ mi spaventa perché non capisco se sono cambiato o rimasto identico, in questi anni. Ma gli input arrivano, e come il protagonista del libro voglio dare una scossa alla mia vita, voglio ricostruirmi, e questi posti senza nulla ti danno l’idea che da costruire ci sia, e molto. Basta ritocchi, basta stuccare piccoli fori, c’è bisogno di buttar giù, rimboccarsi le maniche e SUDARE.
Io sono sbagliato. Cioè, nel mio modo di essere sono giusto, ma il problema è che mi mi basto, mi indosso e mi vado bene così. Come quando provi un paio di scarpe che ti piacciono un sacco, senti che ti stanno proprio giuste e che forse un mezzo numero in più sarebbe meglio, ma tu le prendi lo stesso perché quel mezzo numero non c’è e sai che piaceranno a tutti. Ecco, io sto con queste scarpe da ventisei anni, piacciono a tutti, ma a me stanno giuste. E non voglio scarpe giuste, le voglio con quel mezzo numero in più che magari non piaceranno agli altri, ma andranno bene a me. Vivo nel passato, cosa buona se hai ottant’anni e due figli che non ti parlano più. Può essere buono anche a ventisei anni, se però da questo passato qualcosa impari, se correggi il tiro che prima era andato fuori bersaglio, se quando ti si presenta un’occasione che prima hai perso ora, nel presente, la riesci concretizzare. Io tutte queste cose non le so fare, non sono ancora capace. Posso fare mille e mille volte ancora gli stessi errori, ma intanto il tempo passa. Vorrei scrivere un libro, vorrei saper fare sempre belle foto, vorrei essere più costante nelle cose che mi piacciono, ma non riuscendoci in queste, immaginate in quelle che mi fan cagare.
Ma bisognerà prendere coscienza di se stessi prima o poi, arriverà il momento di prendere un decisa decisione, un bivio in cui ci sarà decidere se, e cosa, fare.
Ma quando?