Tricase, Molti Cuori

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Descrivere due settimane di Salento per alcuni sarebbe molto facile: Gallipoli, droga, alcool, finanza, dancehall, dita o troppo umide o troppo lisce per chiudere le cartine, amori morti ancor prima di nascere o quando sono ormai adulti, Skrillex il 23 a Parco Gondar, il BluBay a Castro e via così di cliché.

Io però giù ho mia madre e mio fratello. Il resto della mia famiglia, che quando arrivo io una volta l’anno la completo e non perché voglia prendermi ruoli che non mi spettano, ma solo perché in mezzo c’è un vuoto creatosi per altrui volontà, e poco puoi farci.
Attenzione eh: io non mi sento nessuna responsabilità addosso, ché sempre un figlio -seppur maggiore- sono e tale voglio rimanere il più possibile. Però ecco, diciamo questa è un’età in cui scendere da tua madre in Salento vuol dire anche rassicurarsi che vada tutto bene, visto che ormai può definirsi una donna single.

Quindi descrivere due settimane in Salento, non a Gallipoli ma a Tricase che graziaddio è bellissima ma ancora sopportabile in termini di turisti (come me), e accanto a chi ti ha portato dentro per mesi e poi cresciuto per anni, ed avendo la possibilità di vedere tuo fratello crescere ogni giorno in quell’età meravigliosamente strana che sono i vent’anni, sono un altro paio di maniche. Perché sei felice di vederli, felice di poter prendere in giro tua madre e di sentirti rispondere di andare affanculo, felice di scambiare poche ma importanti parole con tuo fratello e sì, felice anche vedere il tuo cane cominciare a zoppicare per i suoi 49, canini anni.

Family

Ed ancora più felice di poter condividere quei momenti così intimi insieme a persone che da relativamente poco fanno parte della vostra vita.
Mi spiego.

Barbara e Marco sono due amici di mamma, che li ha ospitati per un paio di settimane, conosciuti pochi anni fa proprio a Tricase e che non avevo ancora avuto il piacere di incontrare.
Vengono da Verona, e sono quel tipo di persone che vorresti conoscere, solo che ancora non lo sai.
Marco è un fitoterapista: in pratica estrae i principi attivi delle piante, li trasforma in olii essenziali e ci cura la gente. Ovviamente questo è quello che la mia mente semplice riesce ad elaborare quando sente la parola fitoterapia, ma Marco è anche docente all’università, gran lettore, persona informata, resuscitatore/resurrettore (boh) di forni in pietra che grazie a lui abbiamo fatto delle pizze che fermi tutti, massaggiatore stronca cervicali, appassionato di indovinelli e «Trappole Mentali». Persona con cui parleresti per ore di qualunque cosa, dai profumi agli aneddoti storici passando per Ignazio Marino, che scherza e ride ma rimane sempre lucida e coerente.
Barbara è la moglie/compagna/amica di Marco, come lui per lei. Psicologa, lavora con bambini e ragazzi provenienti da situazioni difficili e c’ha una forza dentro che si sente a distanza. Incredibilmente divertente, inarrestabile, con la battuta sempre pronta ed una parola bella per tutti. Soprannominata «la filippina» per la sua inspiegabile voglia di pulire e sistemare casa praticamente ogni giorno, ha fatto un po’ le veci di mamma quando era impegnata a lavorare (santa, santissima donna).
Sono un coppia incredibilmente unita, di quelle coordinate che a vederle da fuori sembra quasi stiano danzando senza prove e senza musica.
Belli come il sole.

Dopo qualche giorno sono arrivate anche le miniature, che chi mi conosce sa l’amore che irradiano e che diffondono e che ora ha anche un segnale più forte grazie alla loro scricciola di poco più di un anno. Se la scorsa estate era ancora un fagotto di dolcezza da portare in braccio, ora è un razzo che parte sulle sue gambine e che cambia continuamente traiettoria e che tu hai paura mica che ti butti giù il muro ma che cada lei ma è già troppo sveglia per farsi davvero male. Per me averli vicino è già generalmente una gioia. Conviverci per giorni è stato un piacere che nemmeno riesco a descrivere. La calma, le risate, gli sguardi che s’incrociano mentre controllano che la piccola Patasfronzoli (cit. Barbara) non si schianti mentre rincorre Drugo chiamandolo “BUBO!”.
Ma non si schianta, ché è troppo forte grazie a tutto l’amore che si prende ogni giorno, e che abbiamo amplificato tutti in questo periodo.

Maiolica

E poi c’è la coppia a cui tengo di più di tutte: io e Lei, reduci da una splendida settimana al suo paese, tra pranzi e risate e vino e abbracci e la certezza di star facendo bene, senza fare nulla.
Poi giù di corsa col treno preso all’ultimo e tutta la voglia di stare insieme e finalmente «farla conoscere a casa», quel piccolo evento a cui non hai mai dato davvero così tanto peso come questa volta, senza allo stesso tempo nemmeno pensarci. Dire che è andato tutto più che bene sarebbe nemmeno un eufenismo, ma proprio come non dire nulla. Di quelle cose da rimanerci storditi, imbambolati, come quando vedi davvero l’alba dopo una sacco di anni abbracciato alla persona che hai finalmente trovato, senza averla cercata. Quella Lei che scorre tra le mie foto da bambino, ride e sorride a vedermi crescere davanti ai suoi occhi. Quella Lei che mi prende la mano prima di addormentarsi, coperti da un lenzuolo che alla fine fa anche freschetto ed abbiamo la scusa dei piedi freddi suoi e di quelli caldi miei per annodarci e scendere insieme nel mare del sonno. Quella Lei del nostro primo bagno insieme, quella Lei di cui sento il sorriso addosso mentre mi guarda rannicchiato nel cerchio dell’ombrellone mentre lei fa a gara col sole a chi fa più luce, quella Lei che senza guardarci sappiamo tutto di noi e di quello che potrebbe essere.

Us_Alba

E questo è solo la metà di quello che mi sento dentro, di quello che ho visto (ah! il Celacanto nuovo), ché ‘ste dita non ce la fanno questa volta a star dietro ai battiti. Perché c’è stato anche mio fratello con la sua dolcissima ragazza che guarda non avete idea della felicità. C’è stata mia madre e le sue premure da madre e le risate da madre e le chiacchierate da madre che ci sarebbe da scriverle un libro solo per lei e su di lei. C’è stata la voglia di stare insieme, tutti, nonostante ognuno passasse la giornata a modo suo abbiamo sempre trovato il modo di cenare insieme, magari fare una scappata al mare, fermarci a parlare, ad ascoltare un’improvvisata delle miniature sotto gli ulivi, scambiarci i link dei video doppiati su Youtube.

La normalità. Ma definite normale.

E chissà che non ci venga voglia di ritrovarci, presto, e di nuovo tutti insieme, per essere di nuovo tutti un poco più normali.

(mal)Educazione Romana

U

Qualche giorno fa ero, come sempre, in metro. Da tempo ormai, da quando ho cominciato a riprenderla regolarmente, ho preso l’abitudine di non sedermi se c’è posto. Sto seduto tutto il giorno e c’è sempre chi ha più bisogno di me di riposare gambe e chiappe, quindi preferisco poggiarmi in testa o in coda a seconda di dove devo scendere, apro il mio libro e mi metto buono buono a leggere. O almeno a provarci.
Quel giorno dopo qualche fermata di tragitto si accende una discussione fra due signore intorno ai 40: la prima, seduta, non aveva evidentemente lasciato il posto alla seconda, con un bimbo in braccio. La mamma parlava a voce sostenuta con una persona accanto di quanto la gente fosse maleducata, con chiari riferimenti alla prima che visibilmente colpita nell’orgoglio e aizzata dal senso di colpa, ha cominciato a rispondere e così via, fino a che una delle due è scesa.
Inutile dirvi chi secondo me avesse torto.

Esatto, entrambe.

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No?

Provo a spiegarmi.

Partiamo subito da una grossa premessa: io sono stato e sono tuttora, per quanto possa ormai valere, un sostenitore di Ignazio Marino. Uno di quelli obiettivi, o almeno credo, che sa bene le cazzate che ha fatto ma conosce anche il quadro generale, e tirando le somme alla fine «ha fatto anche cose buone».
Allo stesso tempo, sono un informato detrattore del Movimento Cinque Stelle, e di conseguenza non sono proprio un estimatore di Virginia Raggi. Credo che dall’alto al basso ci siano talmente troppe cose da sistemare che alla fine sarebbe meglio lasciar perdere tutto il baraccone che hanno tirato su, prima che faccia danni ancor più seri.
Ma non sarà un continuo e precocemente già visto paragone tra i due, tranquilli.
Ok?
Fine premessa.

Da quando la Raggi si è insediata, si è cominciato a palesare uno scenario inquietante: un’attesa infinita prima dell’annuncio della giunta con parecchi nomi aberranti all’interno (vedi la Muraro che individua nei pedoni una delle cause per cui si creano ingorghi), ed altri forse peggiori, fortunatamente scartati.
(ciao Lo Cicero. Ciao).
Le comparsate a Tor Bella Monaca dove si prende il merito della pulizia di un pezzo di ciclabile, senza citare l’Associazione 21 Luglio ed il Chentro Sociale per la pulizia di buona parte della zona rimanente.
Il silenzio sul fatto che sia indagata per mancata dichiarazione su quanto ricevuto in seguito a degli incarichi alla ASL di Civitavecchia, evento da lei liquidato con un «ho chiarito ogni aspetto».
Per ultime l’infelice uscita di Marcello De Vito sul taglio delle auto blu dei consiglieri che non hanno auto blu a disposizione, quella dell’immeritato merito sul reintegro di più di mille insegnanti e la prima vera mancata promessa elettorale, con il voto contrario a 300.000€ di fondi destinati ai centri antiviolenza.
Queste ultime tre cose le ho messe insieme perché sono successe tutte oggi, in un solo giorno.

Mano

Ora, come dicevo e come mi sono sforzato di fare, non voglio paragonare le due giunte.
Ci sarebbero già i i presupposti, ma eviterò di farlo.

C’è solo un fatto che mi fa più male di altri, per motivi prima personali e solo dopo più sociali, e cioè la decisione di aumentare lo smaltimento giornaliero di rifiuti nell’impianto di Malagrotta, cosa che ha in queste ore all’annuncio di dimissioni di uno dei migliori presidenti che AMA abbia avuto, che si sta giustamente opponendo al dover accettare per imposizione di far lavorare e guadagnare ancor di più uno che è ancora indagato per la mala gestione dei rifiuti.

Fa male perché chi ha iniziato e concluso queste trattative è chi si è battuto per anni per la chiusura definitiva della discarica. Persone che volevano abbattere il Supremo Avvocato Cerroni, e che si ritrovano praticamente a stringergli la mano unta di soldi sporchi e sangue dei morti di cancro, dicendo pure che gli è pesato tanto farlo.
E la loro giustificazione per me è il centro di tutta ‘sta pippa che vi sto attaccando: dicono che per porre fine all’emergenza, bisogna scendere a compromessi.

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Roma sarà sempre in emergenza, con questo ragionamento. Se messa sotto scacco da chi da sempre ci mangia sopra, sarà sempre ricattabile.
E di conseguenza tornerà, come sta facendo già ora alle vecchie, corrotte abitudini.
A Roma i problemi non bisogna risolverli con i compromessi, con effimere soluzioni materiali ed immediate.
A Roma i problemi si risolvono cambiando la mente dei romani stessi, educandoli, informandoli ed anche sanzionandoli.

Mi viene da ridere quando mi dicono (ed a volte mi ritrovo a pensarlo anche io) che all’estero “funziona tutto, stanno proprio avanti”. Mi viene da ridere perché poi realizzo che loro stanno esattamente dove una qualunque capitale del mondo civilizzato e sviluppato dovrebbe stare, in un perfetto equilibrio di diritti e doveri, venutosi a creare dopo decenni di educazione civica costante, ragionata, sensata.

Noi romani invece abbiamo solo diritti.
Prima di tutto il diritto a fare come fanno tutti, che è un po’ come il vecchio adagio “e ma se ti dicono di buttarti al fiume, tu che fai?” e via, tutti giù.
Poi abbiamo il diritto di scendere dai mezzi prima di tutti, ma anche quello di salire senza far scendere gli altri, così come dalle porte centrali dei bus non si sale “però oh, che faccio, fino alla porta davanti devo arrivare?”.
Ovviamente tutti abbiamo il diritto alla nostra privacy, ma anche quello di urlare al telefono le ultime vicissitudini di nonna Mariuccia e delle sue indomabili emorroidi.
Qualcuno per caso vuole negarci il sacrosanto diritto di ascoltare della musica? Sia mai, soprattutto se ho il diritto tutto mio di sentire l’ultimo singolo di Enrique Iglesias feat. un tipo con la fisarmonica feat. Pitubull.
Senza auricolari ma anzi, con l’altoparlante bluetooth nello zaino.

Il fatto è che non basterebbe solo sanzionare, anche se mi piacerebbe far parte di una ronda che spacca i cellulari alla gente fastidiosa, o manganella sulle rotule chi scende e sale le scale sbagliate nella metro franandoti addosso.
Siete seri? Davvero dico, ci fate o ci siete?
È così difficile andare dove c’è scritto “Ai treni” senza avere paura che sia un punto di deportazione nazista?

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Il fatto è che bisognerebbe educare.
Lo so anche io, che è più facile buttare a terra la sigaretta spenta che tenersi un comodo posacenere portatile che santiddio te li regala l’AMA.
Comprendo benissimo la questione “quanto è comodo abbandonare qui questo sacchetto rigonfio della mia lurida immondizia anziché fare VENTI CAZZO DI METRI fino a quello dopo che è vuoto”.
E, davvero, quanto vorrei anche io lasciarmi andare a quella che deve essere una sensazione bellissima: saltare un tornello della metro o anche solo provare il brivido di salire su un bus senza biglietto. Mi viene la pelle d’oca nemmeno mi stessero sussurrando “Alberto Angela” nell’orecchio. E invece mi tengo strette per le notte peggiori le mie fantasie omoerotiche, e pago 250€ all’anno di abbonamento.
Sono un masochista.

E poi c’è bisogno di regole chiare, di controllo del rispetto delle regole e di sanzioni pecuniarie. Non di banali multe “che tanto c’ho l’amico vigile”, non di semplici rimproveri per un biglietto dell’ATAC evaso, non del vuoto di supervisione contro chi fuma nei parchi: ammetto che lo faccio persino io, è una cosa che proprio non è arrivata a nessuno, in nessun modo.
Non serve uno che ti strilli: al romano devi mettere le mani in tasca sulle cose quotidiane, sulle cattive abitudini.
Una multa da obbligatoria di 5€ colti sul fatto vale mille multe da 100€ inviate per posta.

In chiusura, un paragone con Marino permettetemelo.
Sono arrivato alla conclusione, sconfortante conclusione, che Marino sia stato sì cacciato per faide interne, avversari assolutamente scorretti, un pizzico di sfiga ed una spruzzata di ingenuità, ma che si sia attirato le ire dei cittadini (con la conseguente “rottura del rapporto con i romani” con cui Orfini si è masturbato per mesi davanti allo specchio) da una parte per l’ormai scontata ed abusata “insofferenza” di cui tra l’altro non si ha traccia oggi dopo oltre un mese di disastrosa amministrazione a 5 Stelle, ma anche e soprattutto per la sua volontà di cambiarne le abitudini.
I romani hanno visto nei pochi, positivi movimenti che l’ex sindaco è riuscito a fare, una valanga che avrebbe travolto tutto e tutti. Il famoso vento che ora si dice stia cambiando, ma che lascia solo puzza di monnezza, stava girando davvero.
Ha provato a rimuovere sistemi ormai in metastasi dimenticando però che questi sistemi sono fatti di dipendenti: ATAC, AMA, la Municipale, erano pozzi senza fondo dove soldi e tempo andavano via ogni giorno, tutti i giorni. Tempo e soldi che quando sono stati chiesti indietro a suon di licenziamenti, cartellini da timbrare ed obblighi a fare semplicemente il proprio lavoro, hanno provocato blocchi, proteste, minacce.
E questi dipendenti sono tantissimi, ed hanno famiglie sparse, e poi c’è la maleducazione innata, la mancanza di un rispetto probabilmente mai ricevuto.

Ed è per questo che secondo me le due signore all’inizio avevano entrambe torto.
Perché di certo la prima avrebbe dovuto alzarsi per educazione di base, ma l’altra avrebbe dovuto farlo notare con eleganza, per uscirne a testa alta.
Con l’arroganza, con la maleducazione, per me ti meriti di rimanere in piedi e sperare che tuo figlio non abbia memoria di questo, come dei futuri episodi che certamente avverranno.

Ignazio Marino è stato un po’ come il supplente alle elementari severo ma giusto che a sorpresa entra in classe e trova bambini in gabbia, arrampicati sul soffitto o che tirano le rane vive sul muro: fa la voce grossa, li zittisce, spiega perché è lì e cosa vuole fare. E proprio quando è riuscito ad avere la loro attenzione ed inizia a scrivere alla lavagna, suona l’ultima campanella.
E tutti quei bambini tornano a casa da genitori che urlano scandalizzati, “ma come si permette questo che non è nemmeno un vero maestro a strillare a mio figlio?!”.
E via di accuse, di denunce, e via il supplente.

Tanto domani torna il maestro vero, quello che si addormenta durante la lezione.
Cominciate a tirare fuori le rane.

Dello Scrivere, Del Votare ed Altre Amenità

Writing

Che a me piaccia scrivere è fuori discussione: c’è chi si becca i miei improperi su Facebook quasi ogni giorno e pare pure apprezzarli, e c’è chi arriva fin qui per inoltrarsi in un mondo fatto di deliri, dialoghi fuori fase e tante cazzate.
Spesso sfioro il personale, a volte lo buco proprio, in altri casi mi piace scrivere di quello che ho appena visto, o pensato, o pensato di vedere (grazie THC).
Ci sono cose che riempiono lo spazio vuoto di questo status e poi vengono cancellate, che non vedranno mai la luce del monitor né quella della mia memoria, spazzate via in un colpo di Delete.
Poi ci sono cose, e so che ha dell’incredibile, di cui non scrivo. Per decenza, certo, ma anche per scaramanzia, che spesso a dir cose poi sfumano. Però giuro, ho un altro FB di contenuti salvato sul PC che rimarrà così almeno per metà, mentre l’altra metà spera di uscir fuori tra lustrini, pajette e la testa alta. Succederà, se solo avessi una costanza anche solo percepibile, palpabile, o un tipo che ad ogni momento libero che spreco mi spari con un teaser sulla faccia.

Typing

Ora, avendo in questo periodo la possibilità di vedere Sky ed ho visto un pezzo di confronto di ieri, tra Roberto Giachetti e Virginia Raggi.
Mi astengo dal giudizio generale, ma a tre giorni dal ballottaggio non puoi sorridere e dire che la squadra non la dichiari perché ti han chiesto riservatezza (quando due minuti prima hai detto che la scegli tu, e solo tu), e perché visto che la stampa ti ha attaccato allora è meglio di no. Non puoi dire con gli occhi sognanti che però è una squadra bellissima e super fica, però non te lo dico.
Dall’altra parte c’è uno di quelli che vi piace chiamare «professionisti della politica», che è vero in tutte le sue sfumature, anche positive. Perché non è un voto di fiducia, non è un voto sugli intenti. Questo è un voto fondamentale per tanti, troppi motivi, ed io devo essere sicuro di votare qualcosa di reale. Perché a votar Giachetti ce ne vuole, ma almeno mi ha dato dei nomi da poter verificare io, con le mia dita. Che verifica è la vostra, se poi confermate una squadra che verrebbe sputtanata in due minuti? Perché volete fare un referendum per tutto (pure per la via da intitolare) e quando si parla di chi dovrà rimestare nel fango di ‘sta città facciamo sorrisi ed occhi a cerbiatto?

Bambi

Ma sapete quante volte ho detto alla gente che stavo scrivendo un libro? Poi, alla domande

di che parla?

o

quando esce?

mi spuntava un cappello da moschettiere tra le mani e gli occhi mi si trasformavano in due pozzi di dolcezza e grassi saturi.
Ho circa una ventina di inizi di libri, in ‘sto PC. Ho materiale per romanzi, raccolte di racconti, rappresentazioni teatrali e sceneggiature di cortometraggi sulla disperazione ed il dolore. Però non faccio partire un crowfunding per finanziarmi il libro, senza dire la trama, o i personaggi, o anche solo dare una sinossi si quello che cazzo succederà.
Chi me li darebbe, i soldi?

Poi oh, oggi io c’ho lo sterminio nelle fibre muscolari, pronto a scattare invadendo la Polonia, però pure voi veniteme incontro.

Momenti, Gesti, Cose.

Juno

Quando sbatti i piedi a letto, sotto le coperte, come la Mondaini ma più giovane, bella e soprattutto viva.
Che ora dal ritmo e l’intensità dei colpi, capisco se lo fai perché nervosa o annoiata, e so quindi cosa chiederti per parlare un po’.
Ancora.

Quando ridi guardando i messaggi delle tue amiche su Whatsapp.
Non è che sorridi.
Tu ridi, con tanti denti e le risate vere, genuine.
E lo fai che si sia io e te, o che ci sia gente intorno.
Che magari qualcuno pensa che sei matta.
Ma io non lo penso.
Lo so.

Lo scatto che fai nel momento in cui ti addormenti.
Quello che ogni tanto facciamo tutti.
Capita anche a me, che sia un improvviso tronco caduto in mezzo ad un altrettanto improvviso bosco dove sto (improvvisamente) correndo, o uno scalino di una scala cortissima.
Lo facciamo tutti.
Solo che tu lo fai sempre, ed io ogni volta sorrido.
So che stavi quasi dormendo, e che dopo l’inciampo-alla-Inception ora ti stai di nuovo, definitivamente, addormentando.
Ed io apro gli occhi e, anche se è buio pesto, ti vedo.
Lo so.
Sei ad un palmo da me, spesso le punte dei nostri nasi si toccano, ed il tuo respiro diventa regolare ed io ti guardo.
Ti respiro.
Ed a volte abuso di te, ma questa è un’altra storia.

I grattini.
Mio dio i grattini.

Quando l’altro giorno era al tavolo a parlare con tua nonna e tu ti sei alzata.
Che nonostante tutto ti ho cercata.
E ti ho trovata seduta in fondo, da sola, con i piedi sul tavolo ed un taglio di sole ad illuminarti.
È stato un tal turbinio di emozioni, che mi sarei alzato, avrei spaccato il tavolo bestemmiando in indonesiano e poi parlandoti dolcemente in spagnolo di avrei elencato una serie di pratiche sessuali illegali in 38 stati americani da andare a svolgere da lì a cinque minuti.
Il tempo di capire come faccio a sapere l’indonesiano.

La tua calligrafia.

Quando ti dimentichi le cose.
Che accade abbastanza spesso da farmi pensare che tu sia prossima all’Alzheimer.
Ma mi rincuora molto perché, una volta diagnosticato, arriverai a farmi compagnia.

Quando ti dimentichi le cose.
Che accade abbastanza spesso da farmi pensare che tu sia prossima all’Alzheimer.
Ma mi rincuora molto perché, una volta diagnosticato, arriverai a farmi compagnia.

La dolcezza con cui mi guardi.
A volte è così intensa che devo chiamare mio fratello per farmi dare consigli sul diabete.
Ed è incredibile pensare a quanto io ne avessi bisogno, di cotanta dolcezza.
Bisogno di barattarla con della dolcezza avanzata che s’era un po’ seccata, ma che una volta tirata fuori, per te, ha ripreso aria.
Me l’ero quasi dimenticata, tant’è che stavo per buttarla via insieme a dei ricordi, un paio di foto ed un ciclamino.
Ognuno il suo secchio.
E ci lamentiamo della differenziata.

Quando mi mandi una foto all’improvviso.
Una appena ritoccata.
Una con una frase messa da te.
Una mia fatta da te.
Una nostra fatta da un tipo che passa.
Quella della polizia fatta la tipo che passava e che voleva fregarti la macchinetta.

Quando fai una battuta.
E ne fai un sacco.
E sono divertenti.
Taglienti.
A me fanno ridere molto.
Io mi ritengo divertente, e tu in questo sei come me.
A volte anche meglio.
Stronza.

Quando mi dici che mi vuoi bene.
Dal nulla.
Di risposta al mio.
Scritto all’improvviso.
Ché ti voglio bene anch’io.

Ciao.

Ah.

Quando ti dimentichi le cose.
Che accade abbastanza spesso da farmi pensare che tu sia prossima all’Alzheimer.
Ma mi rincuora molto perché, una volta diagnosticato, arriverai a farmi compagnia.

La Mia Celiachia, La Vostra Moda

Celiac

Io sono celiaco.
Dalla nascita.
Solo che alla nascita non potevano saperlo, e neanche prima: si era a cavallo tra il 1984 ed il 1985 e tra le analisi sul feto forse si faceva a malapena quella dell’HIV, figuriamoci quella per la celiachia. Considerate solamente che nel 2007 i celiaci (diagnositcati) in Italia erano poco più di 60.000. Nel 2011, sono saliti a 500.000.
Immaginate negli ultimi quattro anni.

Immaginate dal 1985.

Ovviamente non vuol dire che sono solo aumentati i celiaci, ma anche che sono state perfezionate le tecniche di diagnosi.
Ma non voglio tediarvi con numeri e robe di scienza, ma raccontarvi al volo cosa è stata, è ora e sarà per sempre la celiachia.

Inizio premettendo una cosa: la vita, da celiaco, è normalissima. Se segui la dieta, non hai problemi a vivere normalmente.
Certo è che qualche problema, se sei poco attento o molto stupido, te lo da.

Certo, come vi dicevo, all’inizio non sapevano cosa avessi.
Fin dalle prime pappe, vomitavo continuamente e non crescevo.
Mesi di ricoveri, analisi, flebo in testa che poi dici come mai a trent’anni hai la fobia degli aghi. Genitori preoccupati, nonni e parenti vari in ansia. Pediatri che consigliavano a mia madre “signora se piange non le dia da mangiare”, e giù di ricoveri e tentati omicidi (nei confronti dei pediatri).
Frullati di agnello.
Poi la diagnosi, il cominciare ad informarsi, il capire che alla fine ci si può campare.
All’epoca al massimo c’erano biscotti semplici, farina e pasta.
Ora i prodotti, grazie a dio, variano e di molto.

Ma non è stato sempre facile facile, ecco. Per fortuna, con una mamma appassionata di cucina, ero abituato alle sue cose, ai suoi dolci, e le varie Fiesta o Kinder Paradiso non mi hanno mai attirato. A scuola però la mia merenda erano i panini immasticabili, peculiarità che molti prodotti senza glutine ancora mantengono orgogliosi. Alle feste ho sempre mangiato l’interno dei panini all’olio, la fetta di torta mi passava davanti al naso correlato dalla faccia di chi me la porgeva che diceva chiaramente “ah! già! tu non puoi. povero” ed alle prime cene con i compagni di scuola, quasi sempre organizzate in pizzerie, portavo la mia base precotta, sigillata nella plastica, che consegnavo al cameriere a cui regolarmente dovevo chiedere massima attenzione nel tenerla lontana da forni e pale piene di farina tipo 00. E qualcuno, ancora ricordo, si rifiutò per paura di eventuali conseguenze.
Ma, davvero, non ne soffrivo. Avevo già una discreta sensibilità che mi portava a dire “aò, c’è chi sta peggio”.

Peggio, però, ogni tanto ci son stato.
Ho tre ricordi nitidi delle reazioni mie al glutine. E dico mie perché non tutti ne soffrono così male, o con le reazioni che leggerete.

Celiac_Lie

Il primo risale a me piccolo, prima dei 10 anni sicuramente.
All’epoca era ancora periodo di prove che il Policlinico richiedeva di fare, anche e soprattutto a distanza, quando ero a casa. Una di queste, probabilmente ideata dai fascisti del glutine per far parlare i Partigiani celiaci, era di farmi mangiare un piatto di pasta normale.
Ovviamente, l’incarico se lo assumeva quella poveraccia di mia madre che non poteva nemmeno dirmelo.
A tradimento.
Ricordo benissimo l’odore, di quella volta. L’odore diverso, “non è la mia pasta, lo sento!” dicevo a mia madre. Col cuore rotto, mentiva dicendomi che l’aveva cucinata in un modo diverso. E insomma, se te lo dice tua madre.
Ricordo il sudore classico da pre vomito, e subito dopo un lago di sbratto rosso di sugo sul pavimento della mia cameretta, dove mi ero rifugiato a morire.

Il secondo ricordo che ho sono io intorno ai 12 anni. Ero in vacanza con gli zii e mia nonna all’isola di San Pietro. Il mare, le attenzioni, il sole. Ero un bimbo felice. Celiaco, ma felice.
In paese ci fermiamo in una pasticceria e, dopo mille raccomandazioni di mia nonna ed altrettante rassicurazioni da parte della pasticcera (“tranquilla signora, non è fatto né è andato a contatto con la farina!”), mi mangio un Sospiro.
“Buono!”, pensavo, “e che bello che io l’abbia potuto prendere in un posto normale!” mi dicevo, probabilmente non azzeccando così bene il congiuntivo.
“Mannaggia alla peppa!”, pensavo mentre, a metà bagno in mare, cominciò il sudore. E lo stomaco che si tendeva. E il vomito usciva, prima mentre ero piegato dietro una duna della spiaggia, e dopo in casa con nonna che mi seguiva con lo spazzolone mentre andavo in giro a fare la rappresentazione esatta de “L’Esorcista”.

Il terzo (ma non ultimo, ne ho a pacchi tra scommesse perse al McDonald’s e scambi di torte di Pasqua) risale ad un paio di anni fa.
San Mamma, ormai già stabilita in Salento, in vista di un po’ di giorni “cor fijo suo” prepara la pasta al forno. Cannelloni e conchiglioni ripieni, un po’ per me ed un po’ per lei e mio fratello.
“Ammazza chebboni Mà”, le dico, mentre lei assaggiandoli esclama “Me sò superata, non li distinguerei dai quelli normali!”.
Eh, infatti.
Due ore dopo ho l’attacco più brutto che io ricordi. Dopo la prima vomitata, mi ritrovo seduto sul cesso con mia madre davanti che regge una bacinella, mentre alzo l’asticella del cosiddetto “Colpo del Re”, e cioè ruttare e scorreggiare contemporaneamente: una scarica di diarrea continua e straziante (che un mio amico chiamerebbe “pisciare dal culo”) accompagnata da conati e rigurgiti di succhi gastrici, mentre il sudore è così tanto che a mia madre scivola la mano dalla mia fronte ed io, per la prima ed ultima volta in vita mia, anche se solo per un secondo, mi sento mancare.
Il pomeriggio lo passai a letto, tra apparizioni della Madonna dei Celiaci e la bacinella sempre pronta.
Ricordo anche una cosa divertente: appena mia madre rientro dopo un’assenza forzata di un paio d’ore, gridai “Bacinella! BACINELLA!” anche se ormai non stavo più male. Ma lei non poteva saperlo.
Per poco non mi schiatta d’infarto.

Insomma, la vita del celiaco non è impossibile. Ha i suoi alti e bassi, ha sintomi diversi, compare ad età differenti.
Ma è sempre stata una dieta, e poco più.

Il problema vero, negli ultimi anni, è chi la parola dieta l’ha presa troppo (poco) sul serio.
Ora, tra veganesimo, fruttariani e mangia sassi, la parola dieta è più usata di un cesso dell’autogrill. Ed ora comprende anche quella senza glutine.
Perché ora c’è la sensibilità al glutine.
Dio cristo.
La sensibilità.
La sensibilità a me ha sempre causato cazzi amari: piangere per le pubblicità, soffrire più del dovuto per una storia finita, piangere per un’altra pubblicità.
In questo caso, ‘sta sensibilità al glutine mi causa un gran rodimento di culo.

Celiac_Prob

Perché ora il glutine è ovunque per tutti, ma nel modo sbagliato.
Perché ora se ti fa male la testa dopo un piatto di pasta, sei sensibile al glutine. Non è il fato.
Se hai mangiato una pizza ripiena di alici, soppressata e bufala, e poi ti gonfi, sei sensibile al glutine. Non è che stai digerendo la merda.
Se l’altra notte hai sognato la farina, sei sensibile al glutine. Non è che ti sta per morire il vicino.

Tutta ‘sta sensibilità aumenta la richiesta, solo che chi offre ne sa ancora meno di chi chiede.
Perché mentre chi scopre, o pensa di aver scoperto, la sua enorme sensibilità non sa di cosa parla, non sa che il glutine è una proteina, che i villi intestinali di un celiaco sono bruciati mentre l’interno di un intestino normale sono il bosco di braccia tese di Battisti, il sensibilino non sa che significa vomitarsi l’anima o non saper dove mangiare ché tanto se sgarra al massimo si gonfia un po’, intanto chi si trova una richiesta così alta di cucina senza glutine s’improvvisa. Inventa il cazzo di sapone per le mani con la scritta “Senza Glutine” in bella vista quando il glutine o te lo mandi giù, o non ti fa una mazza. Compaiono cartelli a caratteri cubitali con scritto “Senza Glutine” ovunque, fuori da gelaterie, pizzerie, ristoranti, che non hanno cambiato il menù né tanto meno la cucina. Però c’è scritto, quindi è vero.
Come la Bibbia.

Celiac_Trend

Io, ai sensibili al glutine, auguro un giorno da intolleranti, al glutine.
Un giorno in cui dopo un paio d’ore dall’etto di pasta si possano svomitazzare l’anima, giusto per fargli capire che sì, sicuramente limitarne l’assunzione fa bene a chiunque ma che no, la celiachia non è una cazzo di moda.
La celiachia, quella vera, se presa sottogamba può dar problemi seri alla tiroide, portare al cancro all’intestino, allo stomaco. Insomma, mica cazzi.

Quindi, per favore, smettiamola un secondo di far diventare moda il cibo, fermiamoci un secondo dal trend della cucina particolare.
Capite cosa avete, se avete qualcosa, e mangiate di conseguenza.
Ma per voi, non per l’immagine che volete gli altri abbiano di voi.

Io, adesso, dopo che il Duplo non m’interessava ed il pane me lo faceva mamma, se passo davanti ad una pasticceria o sento l’odore del pane fresco, un po’ rosico.
Se smettessi improvvisamente di essere celiaco, anche solo per un giorno, ingrasserei una decina di chili tra pasticcini e pizza bianca con la mortazza.

A ‘sto punto, se non volete strafogarvi per voi, fatelo per me.

Sensibilini.

Fototessera

Istantanee

Istantanee

Qualche tempo fa qualcuno mi ha chiesto

“Ma perché ci tieni così tanto alle miniature?”

Eh

mi son detto io, intrinsecamente dentro il mio stesso più profondo.

Perché?

In effetti non me lo son mai chiesto, ma credo sia normale se una cosa è diventata parte della tua vita in modo naturale. Un conto è chiedersi perché si tiene tanto ad un cellulare da mille euro che dopo sei mesi è obsoleto, un altro è chiedersi perché si vuole bene a dure persone incontrate tre anni fa per caso, e con cui ora ti ritrovi a condividere pasti, progetti e splendide notizie.
C’è una bella differenza.

Però la risposta non è stata questa, perché a mente calda, di puro istinto, ho risposto che in sostanza sono uno dei pochissimi, se non forse l’ultimo esempio che l’amore quello sincero, quello fatto di confidenza e trasparenza nei gesti, nelle parole, anche quelli non fatti/non dette, ancora c’è. Ed onestamente per uno che non ci crede più tanto in queste cose, e che per trovarsi a suo agio se inventa uno diverso ogni giorno, di amore, per rifuggire da quello possibile nella vita reale, è una sorta di oasi in mezzo al deserto dove fermarsi e rinfrescarsi la faccia per rinsavire e non morire cinici e soli.

E non parlo di quell’amore sbandierato, sbattuto in faccia per far vedere che non si è soli, che guarda anche io ho trovato qualcuno. Sono gli sguardi, quelli che parlano, ed i loro dialogano all’infinito mentre suonano, mentre cucinano, mentre Gabriele guida il Westfalia e Silvia beve un goccio d’acqua dalla bottiglia. Sono i sorrisi quando lui si perde in un assolo e lei aspetta per capire quando poter ricominciare. E non c’è una volta che perdano la loro sincronia, non c’è il momento perso o l’inciampo per distrazione. Viaggiano inseme, mano nella mano, ma senza sfiorarsi.

Ecco insomma la mia risposta è stata che se posso passare del bel tempo con delle belle persone, io ce lo passo. Perché ci viziamo a vicenda con gesti belli e gentili, e bellezza e gentilezza sono, adesso più che mai, cose rarissime.

Poco altro da dire se non sperare che i loro progetti si realizzino tutti, e poter essere persino di aiuto nel metterli in piedi è un piacere immenso.
Magari chi legge pensa che, alla fine, questa non sia altro che la descrizione di un’amicizia, e del loro essere una coppia. E non sbaglia nemmeno.
Ma fermatevi a pensare a quanti tipi di rapporti della vostra vita si basano su questo tipo di confidenza e reciprocità. A quanti davvero si rispecchiano nella più pura definizione sincerità. Estendete pure le ricerche a conoscenti, a persone che sono anche solo amiche, e vedrete che il cerchio si stringe, come i riflettori su una specie in via d’estinzione.
Ed è solo avendoli nella propria vita che possiamo salvarli, salvaguardarli e magari poter addolcirla, la nostra vita, imparando pure qualcosa.

Salviamo l’amore, porca zozza.

Mio Fratello

Sì avevo il costume a slip ma ero giovane e stupido.

Sì avevo il costume a slip ma ero giovane e stupido.

Avevo esattamente 4299 giorni quel pomeriggio in ospedale.
“Undici anni e tre quarti”, come si direbbe a quell’età.
Insomma avevo un’età per cui ancora non arrivavo a quell’enorme vetrina. Vedevo giusto un pezzo riflesso su quella parete enorme, con le tende dentro ancora tirate. Non c’era un appiglio, le dita delle mani scivolavano su quel gradino tra al parete ed il vetro, io scalcio anche se le tende impediscono ogni visuale.
Intorno a me ci sono un sacco di parenti, gli adulti, che però mi lasciano un poco di spazio ché sanno bene quanto quel momento sia importante per me. l‘ho aspettato per questi 4299 giorni, per due volte è andata male ma finalmente ci siamo.
Si sente un poco di trambusto provenire da dietro il vetro. Le tende si muovono, spuntano due mani dallo spacco in mezzo che afferrano un lembo per una. Altre due mani mi cingono i fianchi e mi tirano su, proprio mentre le tende si aprono.
Mi si schiude davanti una stanza piena di piccole gabbie senza soffitto. In ognuna c’è un fagottino: qualcuno si muove piano, altri ondeggiano come indemoniati, altri ancora sono immobili, probabilmente dormono e sognano ancora quel posto magnifico dove erano solo qualche ora prima.
Mentre tutti guardiamo un po’ spaesati quelle decine di gabbiette senza soffitto, uno dei parenti dice

– Lì! Eccolo lì!

Come l’idiota, guardo prima il dito.
Poi seguo con lo sguardo la direzione che punta, e finisco a guardare una di quelle gabbie senza soffitto.
Ed eccoti lì, con il tuo nome ben scritto all’interno.

FLAVIO

Rimango un’eternità a guardare quel.. coso lì, quello scricciolo, quel mezzo metro avvolto in un panno ed insaccato in un cappellino.
Comincio a scalciare: voglio entrare, voglio abbracciarti, voglio prenderti e tirarti su verso il sole e gridare “AAAAAAAAAAAAAZVEGNAAAAAAAA!!!!!!!”.
Comincio a dire

– Quello è mio fratello! Quello è mio fratello!

Poi realizzo e dico

– Ehi sto dicendo fratello! Io ho un fratello!

Muovi piano le dita, le apri e le chiudi, e sono sicuro tu mi stia salutando perché lo hai già capito, che spettacolo di cose faremo insieme.
E ne faremo eh.

Per anni ti ho cullato io, e guai a chi altro lo faceva. Mi ti prendevo in braccio e ti portavo piano in giro per casa, fino a quando piano non chiudevi gli occhi e crollavi con la bocca semi aperta, segnale di gran sonno che ti porti dietro ancora adesso. Ricordo ancora quella volta all’isola di San Pietro, in Sardegna (che è dove è stata scattata la foto del post), quando ti misi nella culla e mentre ti guardavo dormire vedo questa biscia entrare dalla finestra, con io che scatto e dopo averti afferrato corro via manco fosse una scena di Indiana Jones.
Portarti sulle spalle mi piaceva un sacco, e farti ridere era la cosa migliore che potesse capitarmi.
Mi sono vestito da Babbo Natale ed ho aspettato minuti buoni al freddo prima che qualcuno si ricordasse che c’era un povero stronzo fuori, a suonare una campanella al freddo, ad aspettar di vedere giusto il naso di Flavio spuntare per poi scappare via al grido fi “OH! OH! OH!”.
Ti ho fatto morire un pesce rosso, ma giuro che è stato per il caldo terribile di quell’estate, e non perché (forse) mi son dimenticato di dargli da mangiare.
Ti ho regalato i miei libri di Roald Dahl e tutti i miei giochi, intonsi dopo molto più di 4299 giorni, che hai provveduto a distruggere uno per uno, nel tempo.
Ti ho fatto fare il bagno in mari e piscine vari, sempre con mille occhi che non si sa mai. Ancora mi prendono in giro per quanto ero apprensivo a tavola ad ogni tuo colpo di tosse, preoccupato che ti stessi soffocando, non so, con l’acqua.
Ti stoppavo quando tiravi al canestro piccolo di plastica, esultando per ogni palla che spazzavo via mentre tu passavi dal divertito all’isterico all’omicida.
Ti facevo compagnia ogni sera mentre vedevi gli Animaniacs, Mucca e Pollo, Ed Edd & Eddy, a ridere a crepapelle sul divano, che visti da fuori non si capiva chi avesse ‘sti quasi dodici anni di più.
Ti ho osservato dormire in quel lettone d’ospedale dove per giorni stavamo tutti con l’ansia a capire come dover gestire quell’enormità che è il diabete, ed ora vederti andare per conto tuo anche in quello fa una certa impressione.
Ti ho fatto vincere (quasi) sempre durante il Wrestling sul lettone, che mi sfiniva e distruggeva ma è stata la miglior stanchissima fatica che abbia mai provato.

Adesso, se dovessimo lottare, non dovrei fingere di perdere.
Perderei e basta, che a nemmeno trent’anni mi fa male tutto e te invece oggi fai diciotto anni.

BAM!

Diciotto.

Non saprei che dire, se non che sei la cosa più incredibile che mi sia capitata.
Oserei dire che sei il fratello che non ho mai avuto, guarda un po’.

Non sto troppo ad elogiarti, che lo so io quanto sveglio, intelligente e (mortaccitua che sono anche i miei) bello tu sia, ma volevo solo far sapere a più gente possibile che se pensavano di aver trovato in me lo Spaziani perfetto, purtroppo dovranno ricredersi.

Farai grandi cose, lo so.
Intanto però goditi ‘st’età strana e fichissima.

Io intanto preparo il lettone per la  rivincita.