Norway Road Trippin’ – Parte Due – La Schizofrenia

Di seguito, un chiaro esempio di schizofrenia da viaggio.
A voi.
Scrivere stando letteralmente tra i piedi della gente.
Prima settimana appena scoccata, direzione Rovaniemi.
Siamo appena ripartiti dal paradiso messo in terra -Svedese-. Appena arrivati abbiam pensato ad un’altra baraccopoli sul genere di quelle appena viste in zona Stoccolma e poco dopo: prato aperto, colonnine e poche roulotte/camper. Ma appena parlato con la ragazza alla reception, ed aver capito quindi che era davvero attrezzato per tutto, anche per darti un bellissimo ambiente. Un lago mozzafiato di fronte, pace, bagni e docce su tutti visto che puzzavamo come se avessimo passato gli ultimi due giorni nella Gora dell’eterno fetore.
Il tutto condito da un’ottima cena, una finta pescata al buio che proprio buio non è, con il sole che comunque più di tanto non scompare ed una luna piena da brividi alle spalle.
E siamo arrivati in quest’oasi dopo un giorno di viaggio da Stoccolma, in cui abbiamo passato due stanchi ma comunque pieni giorni di camminate, passeggiate, ponti e cuori sciolti negli occhi di quel dono chiamato femmina del nord europa.
Bela Stoccolma, movimentata nonostante lo scandire del tempo Scandinavo, fatto negozi chiusi presto e cene altrettanto pomeridiane. Belle le chiese, con i campanile che sembrano volersi sfidare tra loro per il più alto ed ornato, con le punte verdi rame e segnavento in ottone così chiaro da sembrare oro. Di sera poi ti trovi immerso in questi mille riflessi di sole sul mare, le finestre, le mille barche ormeggiate, quel dono chiamato femmina del nord europa -no non c’entra nulla, ma è difficile togliersele dalla testa-.
Insomma, un posto da vedere, come i mille che sfioro appena da questo finestrino che si affaccia su decine di laghi enormi, con sulla riva case bianche, rosse, blu tutte in legno e con la loro punta ordinata, rigorosamente bianca, sui tappetini elastici in praticamente ogni giardino, sulle poche poche macchine e sulle tante bici, su posti che definire “da cartolina” sarebbe riduttivo, quasi blasfemo. Che fa quasi paura a pensare di abitarci, passare dall’essere sempre e perennemente raggiungibili, in un mondo caotico e cattivo, ad uno in cui l’isolamento è all’ordine del giorno, ma in cui si respira, si vive, si pensa con calma, senza cellulari che squillano o notifiche che si sommano.
E si viaggia con il buon Cash in sottofondo, che con le sue parole spesso cupe un po’ contrasta con la tranquillità di quello che scorre dietro il mio finestrino.
E pensare che oggi è 12 Agosto, che ci sarebbe stato qualcosa da festeggiare, e che per la prima volta dopo anni sono lontano al freddo invece che a morirmi di caldo, non m’intristisce.
Anzi, che possa essere un nuovo inizio.
Dopo Capo Nord.
Questi posti ti aprono l’anima. Tu non sei nulla, noi non siamo nulla. Tutte le cose che facciamo tutti i giorni, che ci invorticano in una routine che non ci piace, lo sappiamo che non ci piace, ne siamo consapevoli. E non è solo l’aria di vacanza che respiro da un mese e poco più, non è l’atmosfera di nullafacenza che mi circonda che mi fa pensare questo. Sarà invece il libro di Fabio Volo che rileggo per la terza volta e che tutte le volte sembra inquadrare il momento che sto vivendo mentre scorro le pagine, e la cosa un po’ mi spaventa perché non capisco se sono cambiato o rimasto identico, in questi anni. Ma gli input arrivano, e come il protagonista del libro voglio dare una scossa alla mia vita, voglio ricostruirmi, e questi posti senza nulla ti danno l’idea che da costruire ci sia, e molto. Basta ritocchi, basta stuccare piccoli fori, c’è bisogno di buttar giù, rimboccarsi le maniche e SUDARE.
Io sono sbagliato. Cioè, nel mio modo di essere sono giusto, ma il problema è che mi mi basto, mi indosso e mi vado bene così. Come quando provi un paio di scarpe che ti piacciono un sacco, senti che ti stanno proprio giuste e che forse un mezzo numero in più sarebbe meglio, ma tu le prendi lo stesso perché quel mezzo numero non c’è e sai che piaceranno a tutti. Ecco, io sto con queste scarpe da ventisei anni, piacciono a tutti, ma a me stanno giuste. E non voglio scarpe giuste, le voglio con quel mezzo numero in più che magari non piaceranno agli altri, ma andranno bene a me. Vivo nel passato, cosa buona se hai ottant’anni e due figli che non ti parlano più. Può essere buono anche a ventisei anni, se però da questo passato qualcosa impari, se correggi il tiro che prima era andato fuori bersaglio, se quando ti si presenta un’occasione che prima hai perso ora, nel presente, la riesci concretizzare. Io tutte queste cose non le so fare, non sono ancora capace. Posso fare mille e mille volte ancora gli stessi errori, ma intanto il tempo passa. Vorrei scrivere un libro, vorrei saper fare sempre belle foto, vorrei essere più costante nelle cose che mi piacciono, ma non riuscendoci in queste, immaginate in quelle che mi fan cagare.
Ma bisognerà prendere coscienza di se stessi prima o poi, arriverà il momento di prendere un decisa decisione, un bivio in cui ci sarà decidere se, e cosa, fare.
Ma quando?

2 thoughts on “Norway Road Trippin’ – Parte Due – La Schizofrenia

  1. le persone nn cambiano però ogni tanto si deve semplicemente lasciare andare i ricordi belli ma lontani e vivere il presente, costruirlo giorno per giorno e ci si rende conto che è meglio vivere sul serio che sperare di vivere..:)

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  2. Questa sacrosanta verità è una delle piccole illuminazioni arrivate in questi giorni.Piccola eh.. ma fondamentale.Che i ricordi servono ma vivere per averne altri forse è meglio.Grazie..

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